sabato 22 giugno 2013
I miei più cari amici (1996)
I miei più cari amici
Italia, 1996, colore, 111' (1h 51')
Regia di Alessandro Benvenuti
Visto ieri su Iris.
Sei attori falliti vengono contattati, dopo quindici anni che non si faceva sentire, dall'ex amico e collega Alessio (Alessandro Benvenuti) e invitati alla sua villa. I sei sono: Martha (Athina Cenci), attrice di stampo classico che non trova più teatri disposti ad accogliere i suoi spettacoli; Brick e Brack (Gaspare & Zuzzurro), due comici che, per scrivere gli sketch comici dei loro spettacoli, registrano le conversazioni degli avventori di un bar; Oscar (Vito), coreografo effeminato circondato da una "corte" di collaboratori simili a lui; Loretta (Eva Robin's), ex pornostar; Rossano (Alessandro Gassman), attore di scarse capacità il cui punto di forza è più la bellezza che le doti recitative. Il pretesto per l'invito è di festeggiare il compleanno di Martha. All'inizio tutti e sei rifiutano ma, successivamente accettano, Martha per poter rinfacciare ad Alessio quello che ha fatto in passato, Brick e Brack per sfuggire a dei killer (interpretati da Roberto Ciufoli e Tiziana Foschi) che hanno involontariamente confessato un omicidio al microfono del registratore dei due, Oscar per svagarsi dopo che il suo amante lo ha lasciato, Loretta perché cacciata di casa dalla moglie del suo defunto amante e Rossano perché lo spettacolo per cui era stato scelto è stato cancellato.
Nonostante Alessio faccia il simpatico, l'aria nella villa è tesa e, dopo la prima cena, capiamo il perché. Martha e gli altri cinque, infatti, rinfacciano ad Alessio il fatto di aver usato la loro amicizia e sfruttato le loro debolezze per scrivere una commedia di successo, intitolata I miei più cari amici, in cui Alessio li ha sputtanati. Ed ecco perché da allora hanno avuto difficoltà a farsi valere nel mondo dello spettacolo. Alessio chiede scusa ai suoi amici e i rapporti tra i sette si distendono.
Nel frattempo le camere di Brick e Brack vengono perquisite e la cassetta su cui avevano registrato la conversazione dei criminali viene rubata. Rossano ha l'occasione di fare sesso con due giovani e procaci cameriere ma non ce la fa; lui sostiene sia perché da quando è arrivato alla villa non ha avuto ancora la possibilità di specchiarsi, dal momento che tutti gli specchi della casa sono stati tolti perché coperti da strane macchie. Una delle due ragazze, per vendicarsi, nasconde un paio di mutandine sotto il cuscino di Rossano e questo se la prende con Loretta. Ne nasce una lite violentissima che Alessio riesce a placare rivelando il vero motivo per cui i sei sono stati convocati: rimettere in scena I miei più cari amici, questa volta con gli interpreti originali. Tutti accettano e le prove vanno avanti, seppur tra alti e bassi. Intanto piccole cose accadono nelle stanze dei sei attori: scacchi che si muovono durante la notte, camere che si rassettano da sole, strane apparizioni.
Durante una prova, Oscar si rifiuta di interpretare una scena troppo personale e Martha si rende conto che loro sei non potranno mai recitare assieme. Ecco perché Alessio non li aveva scelti, quindici anni prima, per interpretare la prima edizione della commedia. Martha fa per andarsene ma Alessio la ferma e rivela al gruppo il vero motivo per cui li ha convocati alla villa: lui sta morendo e voleva averli vicino per un'ultima volta.
In realtà la verità è un'altra. Dietro a tutto c'è Nemo (Umberto Smaila), produttore televisivo ed ex amico dei sette protagonisti, che sta realizzando un gigantesco reality show. La villa è disseminata di telecamere che riprendono gli abitanti in ogni secondo e l'unico a sapere della loro presenza è Alessio. Nemo è molto felice di come sta procedendo il programma e, anzi, vorrebbe esasperare ancora di più le tensioni nel gruppo, al contrario dell'inviato della rete televisiva Tommasi (Gianmarco Tognazzi) che è scettico riguardo l'intero progetto.
Una sera Loretta va in camera di Alessio e si spoglia, concedendosi a lui. Alessio, non volendo farlo davanti alle telecamere, la riveste e la manda via. Alessio ha, così, una crisi di coscienza e sparisce durante la notte per poi riapparire il giorno dopo raccontando una storia straziante sui suoi figli che abitano in Svizzera. Il giorno dopo i sette escono per un'escursione in bici durante la quale Alessio, fingendo una caduta, stacca microfoni e telecamere e racconta agli amici la verità. Così i sette si coalizzano per sabotare il programma. Prima fingono che l'audio salti nel momento in cui stanno rivelando di essere stati complici in un omicidio, poi decidono di intrufolarsi nottetempo in sala regia. Oscar, però, in cambio della promessa di far fallire il nuovo spettacolo del suo ex fidanzato, avverte Nemo il quale provvede a spostare tutto. In preda all'ira, Martha uccide Oscar sotto l'occhio vigile delle telecamere. Tommasi fa chiudere immediatamente il programma ma, non appena si allontana, i sette rivelano che era tutto un trucco. Per lo choc - e grazie anche al suo stile di vita poco sano - a Nemo viene un ictus e i sette hanno la loro vendetta. Durante la festa che segue, mentre tutti si divertono, Alessio si eclissa, lasciando Loretta disperata perché davvero ci teneva a far l'amore con lui.
Alcuni mesi dopo, Alessio scrive ai sei amici i quali stanno portando in scena la commedia, con la regia della stessa Martha, riscuotendo un successo entusiasmante.
Ottima commedia che riesce, in fase di scrittura, a sfruttare le potenzialità di un gran cast. I personaggi sono tutti ben caratterizzati e hanno davvero uguale peso nel dipanarsi delle vicende. Nessuno dei protagonisti primeggia davvero sugli altri e nessuno degli attori cerca di rubare la scena agli altri, segno sia della loro professionalità sia che il copione è stato scritto e seguito in modo rigoroso. L'unico appunto si potrebbe fare al personaggio di Alessandro Gassman: poco interessante, troppo vago e, tutto sommato, sacrificabile.
Il film riesce ad alternare piacevolmente momenti comici a momenti molto seri (la scena in cui Vito si rifiuta di recitare un passaggio troppo personale, ad esempio) creando un prodotto di ottima fattura e dimostrando che i sette attori protagonisti riescono a recitare bene e sembrare credibili anche nei toni drammatici e non solo in quelli comici, come fino ad allora ci avevano abituato.
La regia di Benvenuti è rigorosa, seria e pulita ma in certi punti sa osare senza lasciare prendersi la mano.
In sostanza, un ottima prova cinematografica, costruita bene e realizzata anche meglio. Un film dolce-amaro che merita sicuramente almeno una visione.
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giovedì 20 giugno 2013
L'esercito delle 12 scimmie (1995)
L'esercito delle 12 scimmie
Twelve Monkeys, USA, 1995, colore, 129' (2h 09')
Regia di Terry Gilliam
Visto ieri su Iris.
In un futuro in cui, a causa di un misterioso virus, la poca gente rimasta è costretta a vivere sotto terra, James Cole (Bruce Willis), un detenuto all'ergastolo, viene "volontarizzato" e mandato nel passato per raccogliere informazioni e capire da dove proviene il virus e come si è sviluppato. Secondo gli scienziati, l'origine di tutto è imputabile ad un gruppo ecologista chiamato "Esercito delle 12 scimmie" che avrebbe agito per liberare il Mondo dall'uomo, che loro considerano il cancro di questo pianeta, e che ha rivendicato il gesto scrivendo sui muri della città «We did it». A causa di un errore, James finisce nel 1990 - anziché nel 1996 - e viene internato in un manicomio. Là James incontra Jeffrey Goines (Brad Pitt), un altro matto, e la dottoressa Kathryn Railly (Madeleine Stowe) la quale è convinta di aver già conosciuto James. Una notte, mentre è sotto psicofarmaci, James rivela a Jeffrey tutta la storia e questi, pur non credendo ad una sola parola, si dimostra interessato all'idea di liberare la Terra dalla presenza dell'uomo.
Un giorno James tenta di fuggire ma viene condotto in isolamento e lì scompare perché riportato nel futuro. Gli scienziati lo rimandano nel passato ma, sempre per sbaglio, durante la prima Guerra Mondiale. Lì James fa in tempo a scorgere José (Jon Seda), suo ex-compagno di cella e viaggiatore del tempo come lui, e a prendersi un proiettile nella gamba finché, finalmente, ricompare nel 1996.
James rapisce la dottoressa Railly e la trascina fino a Philadelphia. Lui le racconta tutta la storia ma lei cerca di convincerlo che è la malattia mentale a farlo sragionare. Durante una sosta in un motel, James si rende conto che la dottoressa è la protagonista di un suo sogno ricorrente ambientato in un aeroporto. Arrivati a Philadelphia, un misterioso barbone avverte James che ha una microspia inserita in uno dei denti (la stessa voce del barbone, James l'aveva già sentita la prima volta in cui è tornato dal passato). James, sempre più in paranoia, trova il simbolo dell'Esercito delle 12 scimmie e scopre che dietro a tutto c'è Jeffrey, che nel frattempo è stato dimesso dal manicomio e che non aveva mentito quando diceva di essere figlio di una persona importante. Suo padre, infatti, è un virologo di fama mondiale. Jeffrey rivela a James che l'idea del progetto gliel'ha data proprio lui, sei anni prima in manicomio. James e la dottoressa Railly iniziano ad innamorarsi ma la donna insiste col dire che James ha dei disturbi e che dovrebbe costituirsi alla Polizia.
James viene nuovamente richiamato nel futuro. Intanto la dottoressa Railly scopre non solo che James sapeva come sarebbe andato a finire un fatto di cronaca che in quei giorni stava tenendo incollati tutti gli americani al televisore (un bimbo incastrato in un pozzo che, si seppe poi, era nascosto in un capanno là vicino) ma anche che lo stesso James appare in una fotografia originale della prima Guerra Mondiale e che il proiettile estrattogli dalla gamba proveniva da quell'epoca. A questo punto la dottoressa inizia a pensare che, per quanto strano, James possa dire il vero. James, di contro, riceve la grazia dagli scienziati ma si è persuaso che il futuro sia solo frutto della sua fantasia, così torna nel 1996 per costituirsi alla Polizia. Prima che possa farlo, la dottoressa Railly lo intercetta e lo fa desistere dicendo di credere alla sua versione.
Dopo un'inverosimile e non divertente scena al motel in cui la dottoressa Railly viene scambiata per una prostituta e James per il suo cliente, i due riescono a fuggire e a cambiare identità (non prima, però, che James si sia strappato i denti per paura dei microchip). Il piano di Jeffrey si rivela essere, in realtà, praticamente innocuo: l'Esercito delle 12 scimmie ha aperto tutte le gabbie dello zoo e lasciato che gli animali uscissero, rivendicando poi il gesto con quella scritta sul muro. All'aeroporto ricompare José che ordina a James di impossessarsi del virus. In quel momento tutto diventa chiaro: il colpevole è l'assistente del padre di Jeffrey. James tenta di fermarlo ma viene ucciso da una delle guardie dell'aeroporto, il tutto davanti agli occhi di un James bambino. Era questo il sogno ricorrente: aveva visto sé stesso adulto morire nel tentativo di salvare l'umanità. L'assistente del padre di Jeffrey fugge (e dà inizio all'epidemia) e il film si chiude con un primo piano degli occhi del piccolo James.
Film apparentemente interessante ma che non sta in piedi a livello di sceneggiatura. Citando a caso: James è un ergastolano scelto per viaggiare nel tempo (quindi si suppone sia un tipo sveglio) ma si fa arrestare subito, non capisce che dire nel 1990 che il 1996 è il passato è il modo migliore per farsi internare e non sa che deve solo far finta di prendere le droghe in manicomio; quando James torna casa, gli scienziati non hanno idea di come funzionino le cose negli anni '90, eppure tutti loro hanno vissuto quegli anni (una di loro è persino seduta accanto al terrorista quando questi prende l'aereo); non è chiaro il senso della voce nella testa di James, visto che appare due volte e poi mai più; non si capisce perché José, anziché fermare lui stesso l'attentatore e prendergli il virus, perda tempo a cercare James, convincerlo e dargli la pistola. E poi il buco di trama più grosso (e più classico): gli scienziati dicono a James che il passato non si può cambiare, ma lui lo cambia perché dà a Jeffrey l'idea dell'Esercito delle 12 scimmie, perché dà modo alla dottoressa Railly di parlare con il padre di Jeffrey, perché dà modo alla stessa dottoressa di fare la telefonata che poi gli scienziati nel futuro riassembleranno.
Poi, dal punto di vista tecnico, la scena della prima Guerra Mondiale è chiaramente girata in studio mentre la scena in macchina in cui James ascolta la radio è semplicemente patetica. Certo: sono solo due scene, ma aggiunte alla pessima sceneggiatura contribuiscono a fare del film un prodotto molto mediocre.
Gli altri problemi del film, oltre a quelli già citati, sono l'eccessiva lunghezza e la caratterizzazione dei personaggi. Voglio dire: James appare paranoico senza motivo e non capisce che questo gli è sempre controproducente, in pratica è disturbato; Jeffrey è psicotico e la dottoressa Railly si agita eccessivamente. È vero che gli interpreti sono eccezionali nel mettere in scena queste emozioni, ma tutta questa follia alla lunga stufa, tanto più che ognuno dei tre mostra queste caratteristiche dal primo momento in cui appare sullo schermo fino alla fine del film, e questo è francamente insostenibile.
Infine, il messaggio del film. Se il punto è la salvezza dell'umanità, il film è una pietra tombale perché ci dice che non c'è niente che possiamo fare di fronte a un pazzo con un virus letale. Se, invece, il messaggio è che noi, assieme a James, non sappiamo distinguere cos'è vero e cosa è falso (stile Matrix ante litteram), è reso male perché noi sappiamo che il futuro è reale e non è un'invenzione di James. Infatti non solo James sa come va a finire la storia del bimbo nel pozzo, ma sa ricostruire il messaggio lasciato dalla dottoressa in segreteria; James, imbottito di psicofarmaci sparisce da una stanza chiusa; James appare durante la prima Guerra Mondiale e si becca un proiettile di quell'epoca; noi vediamo la scienziata parlare con l'attentatore sull'aereo. Quindi in nessun momento del film noi abbiamo il dubbio che il futuro non sia reale.
In sostanza un film che non intrattiene - per la lunghezza e per l'inconsistenza della trama - e senza un messaggio forte alle spalle. Spiace per Terry Gilliam, ma qui non c'è quasi nulla di buono.
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Tutto in una notte (1985)
Tutto in una notte
Into the Night, USA, 1985, colore, 115' (1h 55')
Regia di John Landis
Visto ieri su Rai Movie.
Ed (Jeff Goldblum) è un ingegnere aerospaziale che soffre di insonnia, è tradito dalla moglie Ellen (Stacey Pickren) e ha un lavoro di scarsa soddisfazione. Il suo collega Herb (Dan Aykroyd), più per celia che per altro, gli consiglia di sfruttare la sua insonnia per andare a Las Vegas di notte a spassarsela. Una notte, non riuscendo a dormire, Ed va all'aeroporto ma, appena arrivato nel parcheggio, si pente e fa per tornare a casa quando Diana (Michelle Pfeiffer), una bellissima donna inseguita da quattro iraniani (tra cui si può riconoscere lo stesso John Landis) che le hanno appena ucciso il compagno sotto gli occhi, gli chiede aiuto. I due riescono a sfuggire agli iraniani ma la donna si rifiuta categoricamente di chiamare la Polizia. Diana si fa accompagnare a casa del fratello Charlie (Bruce McGill), un fanatico di Elvis Presley che, invece di aiutarla, le rinfaccia di essere partita per l'Europa senza dire niente a nessuno e la caccia di casa. Intanto la macchina di Ed viene portata via dalla Polizia perché in divieto di sosta. Gli iraniani sono ancora sulle tracce di Diana così Ed e la ragazza sono costretti a rubare la macchina di Charlie.
Ed, stufo della situazione, chiede spiegazioni a Diana. Questi gli rivela che, di ritorno dall'Europa, ha portato con sé sei smeraldi che erano incastonati nello scettro di un re persiano. Diana li ha contrabbandati per conto di Hasi (Ali Madani), l'uomo ucciso all'aeroporto, e ora i quattro iraniani li rivogliono. Ed ecco perché Diana ha paura di andare alla Polizia.
Ed accompagna Diana a Hollywood dove la donna ha un'amica attrice, Christie (Kathryn Harrold), impegnata a girare un film. Diana infila gli smeraldi nella tasca segreta di un giubbotto, lo affida all'amica affinché lo custodisca e se ne va.
Dopo una serie di peripezie lungo tutta la notte, gli iraniani arrivano a Christie e la uccidono, ma non trovano le pietre. Ed e Diana vengono intercettati da un certo Melville (Roger Vadim), criminale francese che li rapisce con lo scopo di farsi consegnare gli smeraldi. Diana recupera le pietre e, con un trucco, riesce a liberarsi di Melville.
I due protagonisti riescono, infine, ad arrivare a Jack (Richard Farnsworth), anziano, ricchissimo e molto malato capo della zona, che, a causa della gelosa moglie Joan (Vera Miles), Diana non era riuscita a contattare prima. Jack rivela che dietro a tutta la faccenda c'è Shaheen (Irene Papas), affascinante straniera che ha bisogno di contanti per costruire un centro commerciale in città, e suggerisce di trattare direttamente con lei. Ed e Diana scambiano le pietre con Shaheen in cambio di 25.000 dollari. I due tentano di fuggire in Messico ma all'aeroporto trovano ad attenderli i quattro iraniani, Melville e la Polizia Federale. Ne segue una sparatoria che porta alla morte di tutti i cattivi e all'arresto di Ed e Diana. I due vengono portati in un albergo e informati che Jack ha chiarito la situazione e ha lasciato loro 75.000 dollari.
In albergo finalmente Ed riesce ad addormentarsi. Il mattino dopo Diana è sparita con tutti i soldi, tranne le poche mazzette che la sera prima aveva lasciato a Ed. Ed fa per tornare a casa quando Diana ricompare e invita l'uomo a prendere l'aereo con lei.
John Landis gira Tutto in una notte dopo i successi di Ridere per ridere, Animal House, The Blues Brothers e Una poltrona per due, per dirne alcuni. E, purtroppo, nel confronto con questi altri film, Tutto in una notte è destinato a perdere. Al di là dello sciocco titolo italiano (non succede tutto "in una notte" ma in due), il film tenta di essere un sapiente misto di avventura e comicità ma ci riesce molto parzialmente. La parte avventurosa inizia molto bene, con l'uccisione di Hasi e la fuga rocambolesca dei due protagonisti, ma alla lunga stufa, complici l'affastellarsi di personaggi dimenticabili di cui non è chiara l'utilità (come quello interpretato da David Bowie, ad esempio) e il fatto che devono esserci degli errori di montaggio (ad esempio, Ed e Diana parlano di Melville prima che questo si presenti ai due per la prima volta). La parte più prettamente comica, invece, risulta frammentata e affidata sostanzialmente a due persone: a Goldblum, con la sua perfetta faccia stranita, sia per la sopresa che per la lunga insonnia, e i suoi commenti caustici a quanto gli sta succedendo intorno, e a John Landis, che non parla mai ma interpreta un malvivente iraniano che è da Oscar per lo slapstick (ispirando, probabilmente, il personaggio di Zittino Bob interpretato dal regista Kevin Smith quasi dieci anni dopo prima in Clerks e poi in numerosi film che seguiranno). I comprimari che dovrebbero essere divertenti - i barboni che avvertono Goldblum che la sua auto verrà rimossa, piuttosto che l'uomo con il cane in ascensore - lo sono molto poco e, ripeto, fanno molto siparietto a sé stante e si amalgamano malamente con la storia. Dan Aykroyd è assolutamente sprecato e tutto sembra essere sotto tono.
Quello che fa sorridere in questo film è la mole impressionante di comparsate di registi, autori e sceneggiatori della Hollywood di quegli anni. Per l'elenco completo rimando alla pagina di Wikipedia. Il gioco, va detto, è divertente, ma resta sempre fine a sé stesso: non aggiunge niente al film e lo spettatore medio difficilmente si accorgerà della cosa. È una simpatica strizzatina d'occhio ai cinefili, ma niente di più.
In definitiva, un film molto minore di Landis, capace di ben altro, la cui visione mi sento di consigliare solo ai veri fan o ai cinefili muniti di guida per riconoscere i diversi camei disseminati nella pellicola.
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mercoledì 19 giugno 2013
L'esorciccio (1975)
L'esorciccio
Italia, 1975, colore, 95' (1h 35')
Regia di Ciccio Ingrassia
Visto ieri su Italia 1.
In Iran viene trovato un ciondolo che porta con sé una maledizione: un diavolo (Salvatore Biondo) si impossessa del corpo di chiunque indossi l'oggetto. Il ciondolo arriva casualmente nelle mani del figlio di 10 anni del Sindaco (Lino Banfi) di un paesino del Lazio. Il ragazzino prima abbatte un albero calciandoci contro una palla, poi violenta una giovane contadina, predice la morte di un amico del padre e tenta di violentare la cameriera. Inizialmente Pasqualino, il Sindaco, pensa che sia tutta una macchinazione di Turi Randazzo (Tano Cimarosa), il suo rivale alle elezioni comunali, ma poi si convince che c'è qualcosa di strano e convoca l'Esorciccio (Ciccio Ingrassia). Questi riesce a far cadere al ragazzino il ciondolo il quale viene raccolto dalla figlia di Pasqualino, Barbara (Barbara Nascimbene). Intanto attorno alla casa di Pasqualino si aggira il Tenente Sheridan (Ubaldo Lay) che cerca di capire cosa stia accadendo da quelle parti, ma senza riuscirci. Barbara, sotto l'influsso del ciondolo, si presenta in veste sexy alla festa di fidanzamento con il nipote di un monsignore, creando così imbarazzo e scandalo. L'Esorciccio interviene nuovamente (ricreando la scena più famosa de L'esorcista, quella del letto) e l'amuleto passa nelle mani di Annunziata (Didi Perego), la moglie di Pasqualino, la quale si ritrova con una fluente barba impossibile da tagliare. Annunziata e l'Esorciccio si recano da Antonio (Dante Cleri), il barbiere del paese, e la donna, per non destare sospetti, si traveste da frate. Turi Randazzo, che si trova a passare di lì per caso, fiuta qualcosa di losco e scende in piazza per affrontare il Sindaco. Intanto il ciondolo finisce nelle mani di Antonio che, mentendo, sbugiarda Turi davanti a tutti e lo fa arrestare, permettendo così la rielezione di Pasqualino.
Quando Pasqualino inaugura una sedia da barbiere nel negozio di Antonio, questi gli dona il ciondolo. Così, durante un discorso pubblico, Pasqualino dà di matto pisciando in pubblico, ruotando la testa di 180 gradi e mettendosi a cantare un pezzo rock (Sciamuninn Rock). Intanto che Pasqualino canta, irrompe Turi che vuole uccidere Antonio per vendicarsi dell'arresto. Nel parapiglia che si crea, il ciondolo passa di mano in mano finché arriva in quelle dell'Esorciccio che lo riconosce e lo ingoia. Il finale vede l'Esorciccio sparire di fronte a Pasqualino e trasformarsi in diavolo.
Pur essendo un film di genere, questa è una parodia estremamente divertente, sia per i puntuali e molteplici riferimenti all'opera originale, sia per il nonsense che permea il tutto, sia perché spesso sono gli stessi personaggi a suggerire di essere consci di essere all'interno di una parodia (su tutte, quando il figlio del Sindaco predice la morte di uno degli amici del padre, questo gli risponde: «Oh, non è che anche tu adesso ti metti a pisciare per terra?»). Ingrassia è favoloso e Banfi è in stato di grazia: bastano davvero loro due per tenere in piedi tutto il film.
La regia, va detto, è molto ingenua, specialmente in certi punti – anche se è nota la penuria di mezzi con cui è stato girato il film. Ingrassia se la cava, ma sotto una mano esperta il film probabilmente avrebbe reso ancora di più. Forse la sceneggiatura andava un po' rivista per snellirla qua e là, per ripensare il ruolo di Ubaldo Lay (strepitoso cameo, ma completamente inutile ai fini della trama) e per limarla ancora un po'.
In definitiva un buon film per fare qualche risata di pancia, consigliato a chi piace il genere.
È già ieri (2004)
È già ieri
Italia/Spagna/UK, 2004, colore, 99' (1h 39')
Regia di Giulio Manfredonia
Visto ieri su Rai Movie.
Filippo (Antonio Albanese) è un naturalista televisivo estremamente scorbutico e maleducato che viene mandato su un'isoletta delle Canarie per fare un servizio su una migrazione anomala delle cicogne. Ad accompagnarlo c'è il timido operatore Enrico (Fabio De Luigi). Tra il carattere di Filippo e una serie demenziale di contrattempi, il soggiorno sull'isola è un vero inferno tanto che, appena realizzato il servizio, Filippo vorrebbe andarsene ma, a causa di una burrasca, è costretto a rimanere. Da quel momento iniziano una serie di giorni tutti identici in cui ogni persona sull'isola ripete le stesse azioni e gli stessi dialoghi e solo Filippo è conscio di quello che sta accadendo.
Inizialmente perplesso, in breve Filippo comincia ad approfittare della situazione e, nel corso dei vari giorni identici: telefona agli amici rivelando cosa pensa davvero di loro, si porta a letto tutte le donne dell'isola (e anche qualche uomo...), spende un sacco di soldi per comprare all'asta un orologio da tavolo che però distruggerà subito dopo al fine di usare il pendolo per colpire una seccatrice e farla cadere dalle scale, si ubriaca fino a finire picchiato in prigione. Dopo aver fatto tutte queste cose, prova a conquistare Rita (Goya Toledo), la bella naturalista dell'isola. Quando non ce la fa, nonostante il ripetere le giornate gli consenta di aggiustare quello che ha sbagliato il giorno prima, comincia a spiarla e la sorprende a dire a suo figlio di non comportarsi egoisticamente «come l'italiano pelato». Filippo allora comincia a comportarsi bene con tutti, ma anche questa soluzione non sortisce effetto. Filippo così decide di prendere un mitra e fare strage delle cicogne, ovvero degli animali che lui reputa essere la causa del continuo ripetersi delle giornate, e poi si suicida. Anche questo atto non sortisce alcun effetto e i giorni continuano a ripetersi uguali finché Filippo non si affeziona ad un anziano abitante dell'isola (che, nonostante le cure, morirà di vecchiaia prima della mezzanotte), rivela a Rita ciò che sta accadendo e, inopinatamente, è "il giorno dopo". Filippo si fidanza con Rita e anche Enrico riesce a conquistare Marta (Esther Ortega), una ragazza di cui si era invaghito ma a cui non era riuscito a dichiararsi.
Inutile remake del meraviglioso Ricomincio da capo. Albanese non è Bill Murray e si vede, per quanto si sforzi. Di Goya Toledo non ne parliamo, ché il confronto con Andie MacDowell sarebbe impietoso. De Luigi è bravo ma sprecato per quella parte.
Il grosso problema è che l'originale aveva una vena più ironica e malinconica, vena che questo film francamente si sogna. La trama è inutilmente volta, per tre quarti di film, più sul naturalistico salvo poi dimenticarsene nel finale (da un certo punto in poi le cicogne spariscono completamente) e la fine arriva all'improvviso senza alcun motivo valido (nell'originale aveva perfettamente senso e seguiva logicamente dalle azioni precedenti. Qui no). Le scene più divertenti del film sono calchi dall'originale, anche se spesso sono poste in punti diversi della trama, e questo fatto le rende molto meno valide proprio perché nell'originale avevano un senso collocate in quella posizione, mentre qui vengono neutralizzate stravolgendole.
In definitiva, un incomprensibile spreco di tempo e di soldi per un remake, di cui francamente avremmo fatto a meno, di un film perfetto.
lunedì 17 giugno 2013
Euclide era un bugiardo (2009)
Euclide era un bugiardo
Italia, 2009, colore, 93' (1h 33')
Regia di Viviana Di Russo
Visto ieri su Rai 3.
Mila (Sarah Calogero) lavora come interprete nell'agenzia gestita dalla vacua Marina (Gea Lionello) ed è una pittrice a tempo perso. Leonardo (Giorgio Lupano) è un ingegnere navale di successo. I due si conoscono per caso perché, fermi a un semaforo, si scoprono intenti a cantare la stessa canzone (Un amore da favola di Giorgia). Dà lì scatta un gioco tra i due che, dribblando numerosi problemi e incomprensioni – tra cui la paventata chiusura dell'agenzia per cui Mila lavora quando Marina scopre che il marito (Renzo Arbore) la tradisce con la segretaria di Leonardo – li porterà ad innamorarsi l'uno dell'altro fino al più classico dei lieti fini.
Il film è decisamente mediocre e difetta parecchio sia nella sceneggiatura che nella recitazione. Nella pellicola si alternano momenti tutto sommato decenti a sequenze davvero imbarazzanti, sotto tutti i punti di vista – i dialoghi sono forzati e degni di un romanzo Harmony, la recitazione poco spontanea e la regia approssimativa. In particolare, riguardo quest'ultimo punto, la prima parte del film si avvale di "mini-flashback" – in cui si torna indietro nel tempo di non più di 5 minuti – i quali non aiutano affatto la narrazione ma la confondono ancora di più.
Le situazioni proposte sono puerili e scontate – per fare qualche esempio: i due che si incontrano per caso ma che finiscono per ritrovarsi alla conferenza, l'amica che fa casino con i quadri a causa dei trasportatori "bonazzi" (casino che poi sarà inutile ai fini della trama visto che Mila, a parte un piccolo scatto d'ira iniziale, non avrà alcun problema ad allestire la visita e riuscirà a stupire ugualmente il critico d'arte. E allora a cosa serviva tutta l'imbarazzante sequenza con i trasportatori?) o Mila e Leonardo che ascoltano le cattiverie degli amici da dietro il divano. Inoltre durante tutto il film viene affastellata una quantità sorprendente di personaggi minori di dubbia utilità ai fini della trama, caratterizzati malamente e, a volte, recitati anche peggio. Una serie di macchiette inutili che, anziché dare spessore al film, lo appiattiscono in un grigiore di mediocrità.
Infine voglio dire che citare Euclide è un'enorme idiozia, per due motivi. Il primo è che dargli del bugiardo è semplicemente stupido. A parte che applicare il linguaggio matematico alle storie sentimentali è un'operazione priva di senso, è chiaro che Euclide non è un bugiardo. Tutt'al più si può dire, volendo perseguire l'idea di base del film, che Euclide si è sbagliato, ma dargli del bugiardo è una cretinata. Il secondo motivo è che non si capisce per quale motivo i due protagonisti dovrebbero essere "rette parallele". Santo cielo, non siamo in una società basata su caste come potrebbe essere quella indiana! Mila e Leonardo sono due adulti, senzienti, che abitano nella stessa città, che fanno entrambi un lavoro dignitoso (forse il ceto sociale dei due è leggermente diverso, ma siamo nel 2009, Mila non è una barbona e Leonardo non è un multimilionario, quindi anche un po' chi se ne importa), con interessi tutto sommato affini. Perché dunque i due dovrebbero essere paragonati a rette parallele? Non c'è alcun motivo logico – e il film si guarda bene dal dare spiegazioni.
In pratica Euclide era un bugiardo non è nulla di più rispetto a un Rosamunde Pilcher da pomeriggio di Canale 5 in cui i due protagonisti si prendono e si lasciano in una serie di episodi uno più assurdo e irreale dell'altro, costruiti forzosamente solo per arrivare ai 93 minuti.
Italia, 2009, colore, 93' (1h 33')
Regia di Viviana Di Russo
Visto ieri su Rai 3.
Mila (Sarah Calogero) lavora come interprete nell'agenzia gestita dalla vacua Marina (Gea Lionello) ed è una pittrice a tempo perso. Leonardo (Giorgio Lupano) è un ingegnere navale di successo. I due si conoscono per caso perché, fermi a un semaforo, si scoprono intenti a cantare la stessa canzone (Un amore da favola di Giorgia). Dà lì scatta un gioco tra i due che, dribblando numerosi problemi e incomprensioni – tra cui la paventata chiusura dell'agenzia per cui Mila lavora quando Marina scopre che il marito (Renzo Arbore) la tradisce con la segretaria di Leonardo – li porterà ad innamorarsi l'uno dell'altro fino al più classico dei lieti fini.
Il film è decisamente mediocre e difetta parecchio sia nella sceneggiatura che nella recitazione. Nella pellicola si alternano momenti tutto sommato decenti a sequenze davvero imbarazzanti, sotto tutti i punti di vista – i dialoghi sono forzati e degni di un romanzo Harmony, la recitazione poco spontanea e la regia approssimativa. In particolare, riguardo quest'ultimo punto, la prima parte del film si avvale di "mini-flashback" – in cui si torna indietro nel tempo di non più di 5 minuti – i quali non aiutano affatto la narrazione ma la confondono ancora di più.
Le situazioni proposte sono puerili e scontate – per fare qualche esempio: i due che si incontrano per caso ma che finiscono per ritrovarsi alla conferenza, l'amica che fa casino con i quadri a causa dei trasportatori "bonazzi" (casino che poi sarà inutile ai fini della trama visto che Mila, a parte un piccolo scatto d'ira iniziale, non avrà alcun problema ad allestire la visita e riuscirà a stupire ugualmente il critico d'arte. E allora a cosa serviva tutta l'imbarazzante sequenza con i trasportatori?) o Mila e Leonardo che ascoltano le cattiverie degli amici da dietro il divano. Inoltre durante tutto il film viene affastellata una quantità sorprendente di personaggi minori di dubbia utilità ai fini della trama, caratterizzati malamente e, a volte, recitati anche peggio. Una serie di macchiette inutili che, anziché dare spessore al film, lo appiattiscono in un grigiore di mediocrità.
Infine voglio dire che citare Euclide è un'enorme idiozia, per due motivi. Il primo è che dargli del bugiardo è semplicemente stupido. A parte che applicare il linguaggio matematico alle storie sentimentali è un'operazione priva di senso, è chiaro che Euclide non è un bugiardo. Tutt'al più si può dire, volendo perseguire l'idea di base del film, che Euclide si è sbagliato, ma dargli del bugiardo è una cretinata. Il secondo motivo è che non si capisce per quale motivo i due protagonisti dovrebbero essere "rette parallele". Santo cielo, non siamo in una società basata su caste come potrebbe essere quella indiana! Mila e Leonardo sono due adulti, senzienti, che abitano nella stessa città, che fanno entrambi un lavoro dignitoso (forse il ceto sociale dei due è leggermente diverso, ma siamo nel 2009, Mila non è una barbona e Leonardo non è un multimilionario, quindi anche un po' chi se ne importa), con interessi tutto sommato affini. Perché dunque i due dovrebbero essere paragonati a rette parallele? Non c'è alcun motivo logico – e il film si guarda bene dal dare spiegazioni.
In pratica Euclide era un bugiardo non è nulla di più rispetto a un Rosamunde Pilcher da pomeriggio di Canale 5 in cui i due protagonisti si prendono e si lasciano in una serie di episodi uno più assurdo e irreale dell'altro, costruiti forzosamente solo per arrivare ai 93 minuti.
Luci della ribalta (1952)
Luci della ribalta
Limelight, USA, 1952, b/n, 137' (2h 17')
Regia di Charles Chaplin
Visto ieri su Rai Movie.
Calvero (Charles Chaplin), ex-comico in decadenza, tornando a casa ubriaco salva la vita a Terry (Claire Bloom), una giovane ballerina che stava tentando di suicidarsi col gas, e la dà ospitalità nel suo appartamento. La ragazza si riprende dall'intossicazione ma ha un blocco psicologico che le impedisce di camminare (la sorella, unica parente in vita della ragazza, ha pagato le lezioni di danza di Terry con i soldi ottenuti facendo la prostituta e ora Terry si sente in colpa per questo fatto). Calvero la prende sotto la sua ala protettiva e cerca di farle apprezzare la vita. Quando finalmente Calvero riesce a ottenere una scrittura, lo spettacolo è un tale fiasco che gli spettatori lasciano la sala prima che il numero sia finito. Calvero rescinde il contratto e rientra a casa disperato. Ora è Terry a spronarlo ad andare avanti e la ragazza prende talmente a cuore Calvero che trova la forza di ricominciare a camminare. Terry riesce a tornare a lavorare come ballerina e fa in modo che Calvero sia assunto come clown nella compagnia. Terry diventa prima ballerina finché, una sera, dichiara a Calvero il suo amore. Lui, però, capisce di non essere la persona adatta per la ragazza, data l'elevata differenza tra le loro età, e la spinge tra le braccia di Neville (Sydney Chaplin), giovane e famoso pianista. Terry e Neville si erano già conosciuti alcuni anni prima, quando lui era uno spiantato mentre lei lavorava in una cartoleria e, per aiutarlo, gli regalava qualche foglio di musica e a volte gli dava anche del resto in più, finché a causa di questi ammanchi fu licenziata.
La prima dello spettacolo è un successo strepitoso ma Calvero, anziché festeggiare con tutto il cast, preferisce cedere il suo posto a Neville e tornare a ubriacarsi. Quando il direttore del teatro, stanco di Calvero, chiama un altro comico per sostituirlo, Calvero se ne va di casa per fare l'artista di strada. Terry lo rintraccia e gli propone di fare un'ultima grande serata. Il numero finale, eseguito in coppia con un suo vecchio partner (Buster Keaton), è eccezionale ma Calvero ha un malore: viene colto da infarto e muore dietro le quinte mentre guarda Terry esibirsi sul palco.
Se devo essere sincero, non ho mai amato eccessivamente Chaplin, pur riconoscendone la grandezza e la modernità di molti dei film e delle comiche che ha realizzato. Qui il suo intento è quello di fare un film che testimoni il suo immenso amore per un certo tipo di teatro che già allora stava tramontando e che mostri il declino di un attore quando diventa vecchio. Questo è chiaro e non lo metto in dubbio, ma secondo me lo fa in modo piuttosto retorico, ricattatorio ed eccessivamente lungo.
Onestamente sembra il classico realizzato più per sé stessi (e infatti Chaplin cura tutto: regia, soggetto, sceneggiatura, produzione, musiche e coreografie) che per essere visto dal pubblico. Certo, il duetto tra Chaplin e Keaton è strepitoso, ma arriva troppo tardi e non salva il risultato. In definitiva, il film di un grandissimo artista che però non ha la forza che vorrebbe (e dovrebbe) avere.
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venerdì 17 maggio 2013
Miele (2013)
Miele
Italia/Francia, 2013, colore, 96' (1h 36')
Regia di Valeria Golino
Visto ieri al Fellini di Trieste.
Irene (Jasmine Trinca) è una ragazza apparentemente normale che studia a Padova (dove divide l'appartamento con una ragazza cinese), che ha un fidanzato, Stefano (Vinicio Marchioni), e un padre (Massimiliano Iacolucci) rimasto vedovo da cui ogni tanto ritorna per passare un po' di tempo, fargli compagnia e giocare a backgammon. In realtà l'università è una copertura (e le compagne di stanza cinesi sono turiste fotografate, con un piccolo trucco, per la strada) perché Irene lavora per Rocco (Libero De Rienzo) e, col nome d'arte di Miele, aiuta i malati terminali a morire. Per farlo, Irene usa dei particolari barbiturici, pensati per sopprimere i cani, acquistati ad intervalli regolari in Messico, dove la ragazza finge di andare per turismo. Un giorno Rocco passa a Irene l'indirizzo dell'ingegner Grimaldi (Carlo Cecchi), un settantenne che ha perso ogni interesse per la vita e vuole morire, ma "in modo dignitoso". Irene all'inizio lascia i barbiturici all'ing. Grimaldi ma appena capisce le vere intenzioni dell'uomo cerca di toglierglieli, però senza successo. Irene inizia così a frequentare l'ing. Grimaldi, prima per tentare di recuperare il veleno e poi perché con l'uomo, tutto sommato, si trova bene. Grazie all'interesse della ragazza, anche Grimaldi inizia a riappassionarsi alla vita finché un giorno, spontaneamente, l'uomo restituisce a Irene i barbiturici. Appena Irene se ne accorge, corre a casa di Grimaldi ma scopre che si è ucciso gettandosi dal balcone.
Miele, presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2013, è un film che parla di eutanasia e lo fa – primo pregio del film – senza stereotipi e senza ridurre tutto a macchiette, come spesso il cinema italiano ci ha abituato. Il secondo, e purtroppo ultimo, pregio del film è che le tre scene di suicidio assistito sono belle: poetiche, intense ma non pesanti, toccanti, ben recitate, dirette con estremi gusto e sapienza. Qual è il problema, allora? Che il resto del film non è minimamente al livello.
Quando viene raccontata la "vita privata" di Irene, tutto si fa caotico e confuso. Si passa da un didascalismo estremo (tutte le volte in cui la ragazza fa sesso, ad esempio, ma anche i numerosi viaggi in treno/autobus/metropolitana) a dei momenti di astrazione pura (ad esempio gli insulsi flashback con la madre – una Valeria Bilello sprecatissima in quel ruolo – buttati là senza alcun motivo e senza spiegazioni). Viene introdotta un'apparente malattia cardiaca di Irene – che non sembra essere psicosomatica, benché il cardiologo non trovi nulla che non vada nel cuore della ragazza – salvo poi abbandonarla a metà film senza motivo e senza che questa abbia avuto alcun ruolo nel dipanarsi della trama. Inoltre viene tentato un lavoro di introspezione nel carattere di Irene nel modo peggiore possibile: mostrandola pensierosa in un campo di grano o in riva al mare o su un vagone della metropolitana. Spiace dirlo, ma non è con queste inquadrature fintamente artistiche che si scava nell'intima profondità di un personaggio. Servono dialoghi seri e serve una regia esperta, tutte cose che Valeria Golino, al suo esordio dietro la macchina da presa, evidentemente non ha.
Se Jasmine Trinca tutto sommato se la cava discretamente in questo ruolo non facile – anche se nelle scene in cui si arrabbia perde improvvisamente e completamente di credibilità – è difficile valutare la performance di Carlo Cecchi. Onestamente non capisco se ha interpretato magistralmente un personaggio scritto male o se ha interpretato malissimo un personaggio multiforme e sfaccettato. Gli altri personaggi comprimari spesso non sono minimamente all'altezza, come ad esempio Vinicio Marchioni, semplicemente imbarazzante nella scena dell'auto, o Libero De Rienzo che tratteggia un personaggio estremamente scialbo, limitando la sua interpretazione al mero compitino d'accademia.
Un cenno alle musiche o, meglio, al loro uso. Uno degli aspetti più interessanti è che noi abbiamo due tipi di ascolto della musica: dagli stereo (durante i suicidi assistiti, in casa dell'ingegnere, in discoteca) o come la sente Irene, dalle cuffiette del suo iPod, e quindi più forte quando le ha addosso e più debole quando se le toglie. Purtroppo questo "vivere la musica" come la vive Irene avviene solo quando la regista lo ritiene importante per la storia (o quando se ne ricorda) e non, come sarebbe stato bello, sempre, vanificandone la forza. Una parola anche sul sonoro: uno dei grossi problemi del cinema italiano degli ultimi anni è l'uso inveterato delle mezze voci e dei sussurrati. Qui Valeria Golino è bravissima a sfruttarli magistralmente nei momenti di intimità con le famiglie che richiedono i servigi di Irene, salvo poi dimostrarsi incapace di gestire eventi naturali come la pioggia (il dialogo tra Irene e Rocco è inascoltabile a causa del disturbante scrosciare dell'acqua) o non rendersi conto che la scena in cui Stefano sorprende Irene mentre questa sta preparando il caffè sarebbe stata da rigirare interamente da quanto biascicano gli attori.
Concludo con la parte più delicata. Uno dei più grossi difetti del film è che non osa. Come detto all'inizio, il tema dell'eutanasia viene trattato in modo onesto e corretto. Che bisogno c'era, allora, di far dire a Irene la battuta: «Nessuna delle persone che ho aiutato voleva veramente morire»? Trovo che questa sia un'ingerenza inaccettabile, come a mettere le mani avanti in merito a future polemiche dei mass media ("Non ho parlato bene dell'eutanasia, infatti la protagonista alla fine la condanna"). Questo punto rovina irrimediabilmente un film che è ben lontano dall'essere un buon film ma che comunque presenta alcuni pregi non comuni. Inoltre il finale buonista, con il foglio di carta che si solleva, è il colpo di grazia. Il finale amaro (in cui il foglio non si muove) sarebbe stato il terzo pregio del film ma, di nuovo, non si è osato e si è persa l'occasione di fare per una volta qualcosa di diverso.
venerdì 15 febbraio 2013
What Is Love (2012)
What Is Love
Austria, 2012, colore, 80' (1h 20')
Regia di Ruth Mader
Visto al Trieste Film Festival alla Sala Tripcovich.
Il film è diviso in cinque episodi, in ognuno dei quali ci vengono mostrati dei momenti di vita di una diversa persona.
Nel primo seguiamo una giovane e single oculista mentre guida, mentre lava l'auto, mentre lavora, mentre sta a casa a pensare, mentre mangia assieme alla sua famiglia, mentre coccola il nipotino (figlio di sua sorella) e mentre balla in discoteca (con indosso una maglietta con la scritta "What love", chiaro riferimento al titolo del film).
Nel secondo vediamo un lungo dialogo in piano sequenza in cui Walter, impiegato di banca di mezza età, discute con sua moglie Eva del loro matrimonio. Lei gli rinfaccia di lavorare sempre fino a tardi e di stare poco con lei e con i figli, così Walter si organizza per poter lavorare da casa. Seguono momenti di vita della famiglia: Eva che stende il bucato, la figlia piccola che gioca, la famiglia durante una gita al fiume e Walter che guida l'auto.
Nel terzo episodio seguiamo un prete, mentre prega, mentre si veste e si prepara per la Messa, mentre confessa, mentre distribuisce volantini (probabilmente per salvare la sua chiesa dalla chiusura) e mentre prega da solo.
Nel quarto seguiamo un'operaia (con una non ben chiara mansione in una non precisata fabbrica) mentre lavora, mentre si trucca e mentre cura un giardino, e parallelamente seguiamo suo figlio mentre parla di moto e mentre sega delle cassette di legno.
Nell'ultimo episodio seguiamo un guardaboschi (?) sposato e con tre figli. Sua moglie lo rimprovera di non vestirsi mai elegantemente quando i due escono per qualche occasione speciale e - dopo un dialogo surreale in cui il marito ripete parola per parola ciò che ha detto la moglie un istante prima per essere sicuro di aver capito - l'uomo promette di portarla ad un concerto e di indossare più spesso la cravatta. Seguono momenti di vita della famiglia: una gita al lago, lei che suona la chitarra, lui che cammina in un bosco, loro al concerto, la famiglia che prega, lei che rifà i letti dei figli e il suo.
C'è poco da dire sul film, visto che c'è poco nel film. L'intento del regista è chiaro: sono tutte diversi modi di vedere l'amore. All'oculista manca, e lo si capisce dalla vuota routine delle sue giornate e da come si coccola il nipotino; Walter ce l'ha ma sta scemando (dice chiaramente alla moglie che, in una scala da 1 a 10, il loro amore è un 2) ma resiste per il bene dei figli; nel prete c'è l'amore per Dio e per la sua parrocchia; nell'operaia c'è quello per il figlio; nell'ultima storia l'amore è di nuovo per la famiglia, ma diverso da quello di Walter. Il problema è la staticità, l'immobilità del film. Se rappresentare l'amore tramite i gesti quotidiani può essere interessante, sicuramente non lo è dilatare i tempi in questa maniera. Mostrare Walter che guida non ci aiuta in alcun modo a comprendere o a farci avvicinare al suo amore. Ci aiuta solo ad annoiarci. Esattamente come annoia vedere la donna protagonista dell'ultimo episodio intenta nel rifare i letti (spesso, peraltro, fuori campo). E come buona parte del resto delle scene, a parte rarissimi momenti in cui l'operazione può essere giustificata.
martedì 29 gennaio 2013
Terra di nessuno (1939)
Terra di nessuno
Italia, 1939, b/n, 94' (1h 34')
Regia di Mario Baffico
Visto al Trieste Film Festival al Teatro Miela.
Rinaldo (Umberto Sacripante), dopo diversi anni in cui è stato in America, torna in patria assieme all'amico Pietro Gori (Mario Ferrari). Una sera i due si fermano per riposare ad un crocevia che si scopre essere luogo di passaggio per chiunque voglia arrivare nei villaggi vicini. Pietro e Rinaldo decidono di mettere su un posto di ristoro in quel punto. Pian piano, la zona si popola e sorge un piccolo villaggio. Pietro, in quella terra, ha trovato il suo senso di vita ma Rinaldo è inquieto: vorrebbe tornare al suo paese natale, distante dal nuovo villaggio solo un giorno di cammino, ma per una sorta di attaccamento a Pietro non lo fa mai. I mesi passano, Pietro si sposa con Grazia (Laura Solari) - una giovane e bella ragazza conosciuta proprio la sera in cui lui e l'amico si sono fermati in quel posto - da cui ha una figlia, Bettina (Nelly Corradi). Intanto la famiglia Securo, proprietaria della terra su cui è sorto il villaggio, non vede di buon occhio l'occupazione indebita da parte di Pietro ma ne concedono l'utilizzo dietro pagamento di una tassa "pro forma". Il figlio dei Securo, Rocco (Maurizio D'Ancora), incontra Bettina, si innamora di lei e i due si sposano. Intanto Grazia si ammala e muore. Pietro prova a seppellirla ma la famiglia Securo si oppone fermamente. Neanche l'intercessione di Bettina ha effetto su questa decisione così Pietro e gli altri abitanti del villaggio si rivoltano contro le guardie dei Securo barricandosi nel paese. Ne segue uno scontro che finisce con l'uccisione di Bettina la quale, prima di morire, chiede di essere sepolta nel villaggio assieme a sua mamma. Pietro, sconvolto, sente che il villaggio non è più "suo" perciò fugge di notte senza salutare nessuno, neanche l'amico Rinaldo.
Il film è tratto da due novelle di Luigi Pirandello ed è sceneggiato da Stefano Landi, figlio dello stesso Pirandello - e bisogna dire che l'impostazione letteraria si avverte chiaramente da certi dialoghi. Film abbastanza di maniera che, tutto sommato, si segue bene, eccezion fatta per il finale con la morte di Bettina che risulta un po' troppo artificiosamente melodrammatico.
Nota: il film è stato priotettato come omaggio a Laura Solari, attrice triestina, nel centenario della sua nascita. La proiezione di questo film, inoltre, segna l'avvio del primo progetto in comune della Casa del Cinema di Trieste, inauguando una liaison tra i maggiori festival cinematografici della città. L'omaggio, infatti, parte dal Trieste Film Festival, proseguirà in Maremetraggio e si concluderà a I mille occhi.
Italia, 1939, b/n, 94' (1h 34')
Regia di Mario Baffico
Visto al Trieste Film Festival al Teatro Miela.
Rinaldo (Umberto Sacripante), dopo diversi anni in cui è stato in America, torna in patria assieme all'amico Pietro Gori (Mario Ferrari). Una sera i due si fermano per riposare ad un crocevia che si scopre essere luogo di passaggio per chiunque voglia arrivare nei villaggi vicini. Pietro e Rinaldo decidono di mettere su un posto di ristoro in quel punto. Pian piano, la zona si popola e sorge un piccolo villaggio. Pietro, in quella terra, ha trovato il suo senso di vita ma Rinaldo è inquieto: vorrebbe tornare al suo paese natale, distante dal nuovo villaggio solo un giorno di cammino, ma per una sorta di attaccamento a Pietro non lo fa mai. I mesi passano, Pietro si sposa con Grazia (Laura Solari) - una giovane e bella ragazza conosciuta proprio la sera in cui lui e l'amico si sono fermati in quel posto - da cui ha una figlia, Bettina (Nelly Corradi). Intanto la famiglia Securo, proprietaria della terra su cui è sorto il villaggio, non vede di buon occhio l'occupazione indebita da parte di Pietro ma ne concedono l'utilizzo dietro pagamento di una tassa "pro forma". Il figlio dei Securo, Rocco (Maurizio D'Ancora), incontra Bettina, si innamora di lei e i due si sposano. Intanto Grazia si ammala e muore. Pietro prova a seppellirla ma la famiglia Securo si oppone fermamente. Neanche l'intercessione di Bettina ha effetto su questa decisione così Pietro e gli altri abitanti del villaggio si rivoltano contro le guardie dei Securo barricandosi nel paese. Ne segue uno scontro che finisce con l'uccisione di Bettina la quale, prima di morire, chiede di essere sepolta nel villaggio assieme a sua mamma. Pietro, sconvolto, sente che il villaggio non è più "suo" perciò fugge di notte senza salutare nessuno, neanche l'amico Rinaldo.
Il film è tratto da due novelle di Luigi Pirandello ed è sceneggiato da Stefano Landi, figlio dello stesso Pirandello - e bisogna dire che l'impostazione letteraria si avverte chiaramente da certi dialoghi. Film abbastanza di maniera che, tutto sommato, si segue bene, eccezion fatta per il finale con la morte di Bettina che risulta un po' troppo artificiosamente melodrammatico.
Nota: il film è stato priotettato come omaggio a Laura Solari, attrice triestina, nel centenario della sua nascita. La proiezione di questo film, inoltre, segna l'avvio del primo progetto in comune della Casa del Cinema di Trieste, inauguando una liaison tra i maggiori festival cinematografici della città. L'omaggio, infatti, parte dal Trieste Film Festival, proseguirà in Maremetraggio e si concluderà a I mille occhi.
domenica 20 gennaio 2013
Il viaggio della Signorina Vila (2012)
Il viaggio della Signorina Vila
Italia, 2012, colore, 60' (1h)
Regia di Elisabetta Sgarbi
Visto al Trieste Film Festival alla Sala Tripcovich.
Il film/documentario presenta Trieste tramite una serie di interviste a importanti personalità della città, quali Claudio Magris, Boris Pahor, Susanna Tamaro, Gillo Dorfles e molti altri, il tutto raccontato dalle voci di Toni Servillo e Lucka Pockaj e con le musiche di Franco Battiato.
Il film vuol essere un omaggio a Trieste, ma è un omaggio confuso e stereotipato. Le immagini sono vecchie, ma non nel senso letterale del termine - è chiaro che sono state girate adesso. E neanche nel senso di vintage o "vecchio stampo" - sarebbe stata comunque una scelta interessante. Parlo di vecchio nel senso proprio di stantio, di un modo di riprendere superato, che non si usa più (per fortuna...). Le immagini sono spesso didascaliche o senza senso - viene mostrato continuamente il tram, con la pioggia e con il sole, senza che ce ne sia una ragione apparente. Per carità, sono indubbiamente immagini suggestive in sé (alcune riprese delle Rive fatte dal mare sono stupende) ma sono immagini da cartolina, e a volte anche di quelle cartoline un po' imbarazzanti che, quando le vedi esposte, ti chiedi chi mai possa comprarle e spedirle (mi riferisco in particolar modo alla scena finale coi ragazzi che corrono e si tuffano in mare). Sono immagini patinate che potrebbe fare chiunque si avvicini a Trieste per la prima volta ma che sono inaccettabili per chi dichiara di voler girare un atto d'amore verso Trieste e di voler cogliere la triestinità.
Nelle interviste gli autori raccontano storie che sono eccessivamente personali - vedi il caso di Magris che racconta del suo rapporto con il mare - oppure sono aneddoti che non hanno né capo né coda - come quello della custode del cimitero che non ha alcun senso proprio perché comincia a metà e non si capisce dove voglia andare a parare - oppure sono stereotipi - come quello della Tamaro che parla della bora. Andiamo, ancora si parla della bora come del «vento che spazza le preoccupazioni dei triestini»? Francamente non se ne può più di Trieste raccontata così: è un modo superato. O ancora Pahor che nella sua intervista parla dell'incendio al Narodni Dom, evento fondamentale per la storia sua personale e per quella di molti sloveni, ma che nel film viene citato senza spiegare neppure cosa fosse (già molti triestini non lo sanno, figurarsi gli altri...), e questo rende del tutto incomprensibile - e quindi inutile - l'aneddoto. E, purtroppo, praticamente ogni intervista ricade in una di queste tipologie, rendendo l'intero film scarsamente interessante.
Infine i temi: si parla ancora di Trieste in termine degli esuli e degli ebrei. Onestamente non se ne può più di Trieste raccontata in questo modo. Ancora la Risiera e ancora Basaglia? Non dico non siano temi importanti, intendiamoci, ma da una regista giovane che vuole mostrare la "vera" Trieste mi aspetto qualcosa di diverso... Inoltre tutti questi racconti sono accatastati in modo generico e confuso: si passa dalla bora, alla questione degli esuli, ai ricordi di un pittore senza che ci sia alcun collegamento tra un argomento e l'altro, senza un filo logico, buttati là a casaccio senza approfondire minimamente. Così, in questo saltabeccare di qua e di là, seguire la trama - ammesso che ce ne sia una - diventa noioso e fastidioso e questo, spiace dirlo, non giova minimamente all'immagine di Trieste. Trieste che meriterebbe ben di più che un mediocre filmetto di questo tipo.
martedì 25 settembre 2012
Addio, Alexandra (1969)
Addio, Alexandra
Italia, 1969, colore, 91' (1h 31')
Regia di Enzo Battaglia
Visto a I mille occhi al cinema Ariston.
Elisabetta (Colette Descombes) è una giovane ragazza, divorziata da Stefano (Glenn Saxson) e con una bimba piccola. Quando la cugina Alexandra (Anna Maria Pierangeli) invita i due a casa sua in Olanda, Elisabetta decide di accettare l'invito. Alexandra non sa che i due sono divorziati, così Elisabetta e Stefano si presentano da lei fingendo di essere ancora sposati. I due, però, cominciano ben presto a litigare per ogni cosa, mettendo più volte in imbarazzo Alexandra. Alla fine Elisabetta confessa alla cugina che i due non si sopportano più ma si desiderano così tanto da vedersi ancora ogni notte per fare sesso. All'ennesimo litigio dei due, Alexandra cerca di appianare le divergenze: cerca di convincere Elisabetta a essere meno gelosa e parla con Stefano il quale però le chiede del suo amore per il marito, Will, e di come lei abbia fatto a restargli fedele per tanti anni.
Una sera Elisabetta, da sbronza, dà a Stefano il permesso di fare l'amore con Alexandra. Allora Stefano ci prova con Alexandra ma quest'ultima, per fedeltà a Will, rifiuta. Elisabetta assiste alla scena ma fa finta di niente. Quella notte Alexandra sogna di fare l'amore con Stefano e di essere scoperta da Will che la lascia. Questo sogno lascia Alexandra molto turbata, tanto che per riaddormentarsi è costretta a prendere del sonnifero.
La mattina dopo Elisabetta sta smaltendo la sbornia, così Alexandra e Stefano escono da soli. Quando un acquazzone li coglie, i due si rifugiano in macchina e fanno sesso, anche se Alexandra è titubante per paura della reazione di Will se dovesse scoprirlo.
Al loro rientro Elisabetta confessa a Stefano di averlo tradito con altri uomini. I due si riconciliano, fanno l'amore e invitano Alexandra ad unirsi a loro in una cosa a tre. Alexandra sulle prime tentenna ma poi accetta. «Terminata la vacanza, Stefano ed Elisabetta si allontanano, apparentemente felici»*.
Un buon film. Sicuramente non esaltante, ma ben costruito. Qua e là, specialmente all'inizio, c'è qualche ingenuità di regia ma, tutto sommato, il film è di buona fattura. Per certi versi e certe tematiche il film ricorda Come, quando, perché ma, rispetto a quello, Addio, Alexandra è inferiore in quanto a inquadrature e sottotesto. Ad ogni modo la costruzione dei personaggi è molto curata e funziona. Particolarmente interessante il dettaglio che il marito di Alexandra, Will, non si veda mai, neppure nel sogno della donna, proprio per sottolineare la centralità dei tre personaggi rispetto a tutto il resto.
* La fine della recensione è tratta da comingsoon.it perché la copia proiettata al Festival era talmente in cattive condizioni che, da un certo punto in poi, il film era impossibile da seguire.
Italia, 1969, colore, 91' (1h 31')
Regia di Enzo Battaglia
Visto a I mille occhi al cinema Ariston.
Elisabetta (Colette Descombes) è una giovane ragazza, divorziata da Stefano (Glenn Saxson) e con una bimba piccola. Quando la cugina Alexandra (Anna Maria Pierangeli) invita i due a casa sua in Olanda, Elisabetta decide di accettare l'invito. Alexandra non sa che i due sono divorziati, così Elisabetta e Stefano si presentano da lei fingendo di essere ancora sposati. I due, però, cominciano ben presto a litigare per ogni cosa, mettendo più volte in imbarazzo Alexandra. Alla fine Elisabetta confessa alla cugina che i due non si sopportano più ma si desiderano così tanto da vedersi ancora ogni notte per fare sesso. All'ennesimo litigio dei due, Alexandra cerca di appianare le divergenze: cerca di convincere Elisabetta a essere meno gelosa e parla con Stefano il quale però le chiede del suo amore per il marito, Will, e di come lei abbia fatto a restargli fedele per tanti anni.
Una sera Elisabetta, da sbronza, dà a Stefano il permesso di fare l'amore con Alexandra. Allora Stefano ci prova con Alexandra ma quest'ultima, per fedeltà a Will, rifiuta. Elisabetta assiste alla scena ma fa finta di niente. Quella notte Alexandra sogna di fare l'amore con Stefano e di essere scoperta da Will che la lascia. Questo sogno lascia Alexandra molto turbata, tanto che per riaddormentarsi è costretta a prendere del sonnifero.
La mattina dopo Elisabetta sta smaltendo la sbornia, così Alexandra e Stefano escono da soli. Quando un acquazzone li coglie, i due si rifugiano in macchina e fanno sesso, anche se Alexandra è titubante per paura della reazione di Will se dovesse scoprirlo.
Al loro rientro Elisabetta confessa a Stefano di averlo tradito con altri uomini. I due si riconciliano, fanno l'amore e invitano Alexandra ad unirsi a loro in una cosa a tre. Alexandra sulle prime tentenna ma poi accetta. «Terminata la vacanza, Stefano ed Elisabetta si allontanano, apparentemente felici»*.
Un buon film. Sicuramente non esaltante, ma ben costruito. Qua e là, specialmente all'inizio, c'è qualche ingenuità di regia ma, tutto sommato, il film è di buona fattura. Per certi versi e certe tematiche il film ricorda Come, quando, perché ma, rispetto a quello, Addio, Alexandra è inferiore in quanto a inquadrature e sottotesto. Ad ogni modo la costruzione dei personaggi è molto curata e funziona. Particolarmente interessante il dettaglio che il marito di Alexandra, Will, non si veda mai, neppure nel sogno della donna, proprio per sottolineare la centralità dei tre personaggi rispetto a tutto il resto.
* La fine della recensione è tratta da comingsoon.it perché la copia proiettata al Festival era talmente in cattive condizioni che, da un certo punto in poi, il film era impossibile da seguire.
lunedì 24 settembre 2012
Come, quando, perché (1969)
Come, quando, perché
Italia/Francia, 1969, colore, 103' (1h 43')
Regia di Antonio Pietrangeli
Visto a I mille occhi al cinema Ariston.
Il film si apre con una sequenza in cui vediamo un ragazzino, Marco, conoscere per la prima volta i turbamenti d'amore a causa di Elisa, una ragazzina amica di famiglia.
Dopo uno stacco troviamo Marco (Philippe Leroy), divenuto un imprenditore benestante, sposato con Paola (Danièle Gaubert). Alberto (Horst Buchholz), amico di Marco, ci prova con Paola ma lei, fedele al marito, lo rifiuta e, per evitare di incontrarlo di nuovo in città, parte per una vacanza in Sardegna. Marco promette di raggiungere Paola entro un paio di giorni ma ha problemi col lavoro e rimanda la partenza. Andrea approfitta della circostanza e va in Sardegna per stare con Paola, adducendo la scusa di essere in partenza per l'Argentina e che quella è l'ultima occasione per i due di vedersi. Paola, intanto, riceve le insistenti attenzioni di Ingrid (Colette Descombes), un'avvenente turista straniera.
Alberto e Paola si divertono e girano in lungo e in largo l'isola finché, durante una telefonata con Marco, scopre che Alberto non deve affatto partire per l'Argentina. Alberto non nega e Paola, furiosa, decide di tornare a casa a Torino. Prima che possa farlo, però, Paola riceve la visita di Ingrid che le dichiara il suo amore per lei. Paola la respinge e Ingrid ritorna in patria.
Paola rimane talmente scossa dalle parole di Ingrid che rimanda la partenza e si chiude per un giorno intero in camera sua. La sera sera Alberto la chiama per dirle che l'indomani partirà veramente per l'Argentina e che non la cercherà più. Paola allora va da lui, i due finiscono a letto e diventano, di fatto, amanti. Paola è innamorata di Marco ma è solo con Alberto che ha ottenuto le soddisfazioni sessuali che con Marco non ha mai avuto.
Paola torna a Torino e lo stesso giorno Marco parte per Londra con un aereo privato. La sera Marco dovrebbe tornare ma la forte nebbia impedisce agli aerei di atterrare. Preoccupata per la vita del marito, Paola si dà da fare per avere sue notizie ma Marco è già a casa che la aspetta essendo atterrato a Genova. Paola, che si era tanto preoccupata, ha un crollo di nervi ma Marco la rincuora.
Marco e Paola, per cambiare aria e per stare un po' assieme, decidono di andare nella casa in campagna per qualche giorno ma Alberto, a sorpresa, li raggiunge. L'uomo, però, ben presto si pente dell'azione perché è ovvio che Paola deve - e vuole! - stare con il marito.
Pochi giorni dopo Marco rivela involontariamente a Paola che Alberto deve partire per tornare in Argentina, questa volta sul serio. Alberto conferma e, geloso di Marco, dice che in fondo è meglio così. Paola, dopo la partenza di Alberto, cade in una specie di depressione mista a malinconia per i giorni passati con l'amante.
Un giorno Paola viene importunata in un cinema e, disperata, si rifugia nella casa di campagna. Il giorno dopo Marco la trova. Lei inizialmente si mette a piangere e addossa a Marco tutta la colpa della sua infelicità. Poi, però, i due fanno l'amore appassionatamente, probabilmente come non l'hanno mai fatto.
Ultimo film diretto da Pietrangeli e alla sua morte, avvenuta praticamente alla fine delle riprese, sostituito da Vittorio Zurlini.
Ottimo film. Bellissima in particolar modo la cura dei particolari e delle atmosfere. L'attenzione delle inquadrature, il gioco di squardi, l'uso sapiente degli specchi rendono il film estremamente poetico. È stato molto bravo Pietrangeli a dire molto di più con i sottintesi, con gli sguardi e con gli atteggiamenti rispetto che con le battute di dialogo vero e proprio. Effettivamente ricorda per molti aspetti il Cinema di Zurlini, ma la precisione e la sapienza di Pietrangeli, a mio avviso, sono ad un livello superiore rispetto a buona parte dei lavori di Zurlini.
L'unica parte poco chiara del film è la sequenza di Marco bambino. Non solo Elisa non ricompare nella storia, ma non è neppure chiaro come l'incontro tra i due ragazzi potrebbe o dovrebbe aver influenzato la vita del Marco adulto.
giovedì 13 settembre 2012
I mille occhi 2012
Domani inizia l'undicesima edizione del Festival I mille occhi al cinema Ariston di Trieste.
Questa edizione, che porta il sottotitolo Lettera da una sconosciuta, è dedicato in particolare a due filoni: un omaggio a Valerio Zurlini in occasione dei trent'anni della sua morte e un omaggio a Lia Franca, attrice triestina degli Anni '30, con la proiezione di tutti i film e i corti ha cui ha preso parte nella sua breve avventura cinematografica.
Io seguirò il Festival in tutti i sette giorni, guardando più film possibili e rendendone conto sulle pagine di questo blog.
mercoledì 5 settembre 2012
Outrage (2010)
Outrage
Autoreiji (アウトレイジ), Jap, 2010, colore, 109' (1h 49')
Regia di Takeshi Kitano
Visto su Rai 3 all'interno di Fuori orario.
Il film racconta della lotta tra clan della Yakuza per ottenere il potere e per poter gestire il traffico di droga a Kantō, la regione che comprende anche Tokyo. Il capo supremo, Mr Chairman (Sôichirô Kitamura), vuole sostituire il clan di Murase (Renji Ishibashi) con quello di Ikemoto (Jun Kunimura), ma Ikemoto e Murase sono fratelli di sangue. Così tocca a Ôtomo (Takeshi Kitano), un membro di lungo corso della Yakuza ancora relegato ad un ruolo secondario all'interno della famiglia e che vive male la presenza di membri giovani che non condividono i valori in cui crede, risolvere la questione. Ôtomo riesce a estromettere Murase dagli affari mentre Ikemoto, sicuro della nuova posizione ottenuta, si perde nel gioco d'azzardo, creando ulteriori tensioni tra le famiglie. Mr Chairman allora chiede a Ôtomo di eliminare Ikemoto, dietro la promessa di un avanzamento di grado. Questo porta ad un'escalation di vendette e ripicche per cui tutti gli uomini di Ôtomo vengono sterminati e Ôtomo stesso è arrestato dal poliziotto corrotto Kataoka (Fumiyo Kohinata). Sicuro di prendere il posto del suo capo Ikemoto, Osawa (Tetta Sugimoto) tenta di stringere un accordo con Mr Chairman ma viene ucciso da Katô (Tomokazu Miura) il quale fa fuori anche Mr Chairman diventando così capo della Yakuza. Nel frattempo Ôtomo in carcere viene pugnalato da uno dei detenuti e dichiarato morto.
Il film è un classico Yakuza movie, con una solida regia e ben girato. Un ottimo intreccio narrativo, coerente e perfetto per un film del genere. Le uccisioni si susseguono con un buon ritmo e appaiono credibili, naturalmente sempre per un film "Yakuza style". E allora, qual è il problema? Uno solo, ma grossissimo: la quantità di volti e nomi diversi rende difficilissimo seguire la storia. I membri delle varie famiglie si confondono e capire esattamente chi stia vendicando chi uccidendo chi è davvero arduo. Così il film perde forza, si sgonfia e diventa noioso. Si trasforma in una serie di uccisioni, più o meno cruente, completamente avulse dal contesto. Inoltre c'è da dire che spesso si assiste ad un'inutile spettacolarizzazione dei delitti. Uno su tutti: qual è il senso dell'omicidio con la corda? Non ha causato gravi sofferenze alla vittima e non aveva una valenza simbolica. E allora? Esclusivamente per evitare un'altra uccisione con la pistola?
Comunque, a parte quest'ultima cosa, il film è abbastanza anonimo. Si lascia guardare (pur con le difficoltà espresse prima) ma conquista poco: mancano le innovazioni, la spettacolarità e la freschezza che Kitano ha dimostrato in altre pellicole di avere. Onestamente mi sentirei di consigliarlo solo ad un pubblico di veri appassionati del genere.
venerdì 31 agosto 2012
Io sono Tony Scott (2010)
Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
Italia, 2010, colore & b/n, 128' (2h 8')
Regia di Franco Maresco
Visto su Rai 3 all'interno di Fuori orario.
Il documentario racconta la vita e il declino di Tony Scott, nome d'arte di Anthony Joseph Sciacca, clarinettista jazz italo-americano che ebbe uno straordinario successo nell'America degli Anni '50. Nato da due genitori originari di Salemi, in provincia di Trapani, Tony si è presto appassionato al clarinetto e, negli Anni '50 riesce a suonare con artisti del calibro di Charlie Parker, Billie Holiday, Buddy De Franco (cui strapperà per alcuni anni il titolo di "Miglior clarinettista"), Harry Belafonte (per il quale Tony sostiene di aver scritto Banana Boat Song), Bill Evans (convincendolo a lasciare la musica classica per darsi al jazz) e, seppur bianco, riesce a farsi ben volere dalla comunità nera che a quei tempi aveva il "monopolio" della cultura jazz. Negli Anni '60 Tony decide di fare un lunghissimo tour in tutta l'Asia per studiare la cultura di quei paesi e il loro modo di fare musica e per tentare una fusione tra jazz e musica popolare orientale. Al ritorno negli Stati Uniti, alla fine degli Anni '60, Tony non si ritrova più nei nuovi valori e nella nuova società americana e decide di trasferirsi in Italia. Qui risiede tra Roma e Milano fino al 2007, anno in cui muore in seguito all'aggravarsi di un tumore alla prostata, barcamenandosi tra serate nelle balere e concerti nelle feste di piazza, pur di racimolare qualche lira. Il suo carattere ribelle, la sua scontrosità e qualche lieve disturbo psichico (forse dovuto alle torture inflittegli durante una detenzione in Indonesia per spionaggio) hanno fatto sì che negli ultimi anni della sua vita Tony fosse praticamente dimenticato se non, appunto, per spettacoli di infimo ordine.
Tutto il documentario alterna interviste a Tony Scott, alle tre mogli e alle due figlie, a jazzisti e ad esperti nel campo, sia italiani che stranieri, con vecchi filmati di repertorio e vecchie fotografie.
Il documentario mostra i suoi limiti fin da subito. In realtà i limiti li crea tutti Maresco che tenta di dimostrare la sua tesi ("La colpa della morte di Tony Scott è da imputare interamente all'Italia") con una serie di artifici retorici sfacciati e stucchevoli. Il film si apre con un'intervista televisiva del 2005 di Paolo Bonolis che, per lo meno nello spezzone che Maresco ci mostra, fa una battuta a Tony Scott non felicissima ma neppure così tremenda. Eppure questo basta a Maresco per sostenere che Bonolis ha umiliato il più grande jazzista del Mondo e partire con la sua filippica retorica contro l'Italia. Filippica che ha il suo culmine di cattivo gusto quando Maresco tira fuori un antiberlusconismo totalmente fuori luogo che sottintende che è colpa di Berlusconi se Tony Scott ha fatto quella fine. Probabilmente il passo successivo sarebbe stato dimostrare che anche le torture in Indonesia o il tumore alla prostata sono imputabili all'"italietta" berlusconiana; per fortuna il regista si è fermato prima.
Ad ogni modo, il documentario dà per assodato che Tony Scott fosse uno dei jazzisti migliori del mondo, senza tentare di dimostrarlo o di spiegare il perché (nelle esibizioni più recenti non mi sembrava così eccezionale. Anzi, tutt'altro). Inoltre tutto quello che dice Scott viene preso per vero, senza un controllo, un approfondimento o una verifica, anche qui nonostante nelle interviste più di qualcuno affermi che era uno che voleva attirare su di sé l'attenzione (e quindi non è detto che non abbia "gonfiato" qualche aneddoto a suo favore).
Guardando il documentario ci si pone diversi interrogativi: perché Billie Holiday o Bill Evans (che ha iniziato grazie a Scott) oggi sono ricordati mentre Tony Scott è scivolato nell'oblio? Davvero solo perché si è trasferito in Italia negli anni '70? E se è vero che gli spettatori statunitensi sono andati in visibilio per la reunion del 2003 con Buddy De Franco, perché dagli anni '70 ad oggi non hanno fatto niente per ricordare questa "stella del jazz"? Tutte domande legittime che però il documentario non segue, impegnato com'è ad addossare tutte le colpe agli italiani ingrati.
Infine trovo fastidioso che di tutti i filmati che compongono il documentario non ci sia un riferimento temporale né in sovrimpressione né nei titoli di coda. Sarebbe stato utile capire da dove è stata tratta ogni esibizione e, soprattutto, di che anno si trattava, per cercare di mantenere un filo logico mentale, poter rendersi conto dei cambiamenti della tecnica nei vari periodi ed eventualmente per avere una traccia per recuperarli. Sarebbe stato interessante sapere chi era raffigurato in quelle foto, specialmente per chi non bazzica molto il jazz. Sarebbe stato fondamentale sapere da che film sono tratti gli spezzoni dei film. E invece niente.
Onestamente io sono convinto che questo sia uno dei modi peggiori per realizzare documentari (specialmente considerato che, stando alle voci, ci sono voluti quasi quattro anni per completarlo): non si fa un buon servizio né al genere, né al soggetto del film.
giovedì 30 agosto 2012
Manhunter - Frammenti di un omicidio (1986)
Manhunter - Frammenti di un omicidio
Manhunter, USA, 1986, colore, 119' (1h 59')
Regia di Michael Mann
Visto ieri sera su Rai Movie.
L'agente dell'FBI Will Graham (William Petersen) viene richiamato in servizio dal congedo anticipato per indagare su un serial killer, detto "Dente di fata", che ha già massacrato due intere famiglie durante le precedenti notti di Luna piena. Seppur riluttante, Will accetta il caso e, per prima cosa, si reca al manicomio criminale per parlare col dottor Hannibal Lecktor (Brian Cox), il pericoloso criminale che qualche tempo prima lo aveva aggredito lasciandogli ferite fisiche e psicologiche che lo hanno portato, appunto, alla pensione. Grazie ad alcune fortunate intuizioni, Will riesce a trovare un'impronta parziale del killer, ma è ancora troppo poco per un'identificazione. Will allora decide di stringere un accordo con Freddie Lounds (Stephen Lang), un giornalista più interessato agli scoop che alle persone, per tendere una trappola al killer. Il piano non va come sperato e, anziché assalire Will, l'assassino rapisce e uccide Freddie dandogli fuoco nel parcheggio del suo giornale. Nel frattempo il killer riesce a comunicare con Lecktor e a farsi dare da quest'ultimo l'indirizzo di casa di Will. Per fortuna all'arrivo della Polizia non c'è traccia dell'assassino ma la moglie di Will, Molly (Kim Greist), e il loro figlio Kevin sono particolarmente spaventati e non vorrebbero che Will continuasse nelle indagini.
Intanto "Dente di fata", ovvero Francis Dolarhyde (Tom Noonan), uno psicopatico che lavora in un laboratorio di sviluppo pellicole fotografiche, inizia una storia d'amore con Reba (Joan Allen), una ragazza cieca che lavora nel suo stesso laboratorio. Quando però la sorprende in compagnia di un altro loro collega, Francis decide di eliminare il presunto rivale e di rapire la donna per ucciderla. Will, cerca di immedesimarsi sempre di più nel killer, fino a immaginare di dialogare con lui e, guardando dei filmati che ritraggono le due famiglie fatte a pezzi dall'assassino, capisce che quest'ultimo va cercato tra gli sviluppatori di pellicole di St. Louis. In breve tempo Will riesce ad identificare Francis e a scoprirne l'indirizzo di casa. Will e il suo capo, Jack Crawford (Dennis Farina), riescono ad arrivare appena in tempo per salvare Reba e uccidere Francis. Alla fine del film Will torna a casa con la sua famiglia e decide di ritirarsi definitivamente dalle indagini.
Onestamente trovo che Manhunter sia un film privo di mordente. Dovrebbe essere un raffinato thriller psicologico che però non coinvolge. La figura del dottor Lecktor è praticamente inutile ai fini della vicenda: non dà indizi o consigli utili al caso, non è chiaro perché Will si rivolga a lui (i motivi del loro incontro/scontro precedente sono così fumosi che risultano poco convincenti. O, meglio, non giustificano la fiducia incondizionata di Will nei confronti dell'uomo che ha cercato di ucciderlo e gli ha fatto passare mesi in un ospedale psichiatrico) né perché lo stesso Will continui a rivolgersi a lui anche dopo che questo rivela l'indirizzo di casa dell'agente all'assassino. È un film di occasioni perdute, di spunti accennati ma non portati fino in fondo: lo scambio di lettere tra Francis e Lecktor, la cassetta che Francis fa registrare al giornalista, le minacce alla famiglia di Will. Tutte buone idee che però non vengono sviluppate. Inoltre i soliloqui di Will con l'assassino sono, alla lunga, fastidiosi e danno l'idea (probabilmente errata) di servire all'unico scopo di far capire in modo facile allo spettatore i pensieri di Will. Infine la scelta di mostrare Francis appena a tre quarti dall'inizio, oltretutto con una storia d'amore che esula dalla sua "routine" di serial killer, appare incomprensibile. Anche qui, sembra un modo facile per concludere in modo buonista la storia (se Francis fosse andato a uccidere la famiglia "prescelta" ce l'avrebbe fatta e l'FBI non l'avrebbe fermato, se non a cose avvenute. Francis invece tenta di uccidere Reba a casa sua così Will può piombare provvidenzialmente lì e ucciderlo). In definitiva è un film fatto di tanti piccoli cliché del genere appena accennati che, presi singolarmente, quasi non si notano ma che messi assieme diventano fastidiosi.
La regia di Mann è, tutto sommato, buona benché si perda in particolari sequenze di difficile comprensione. Peccato solo per il finale inutilmente fracassone che stona con il resto e che tenta di creare suspense con metodi poco originali e non giustificati nell'economia del film.
venerdì 29 giugno 2012
Rock of Ages (2012)
Rock of Ages
Rock of Ages, USA, 2012, colore, 123' (2h 3')
Regia di Adam Shankman
Visto al Giotto di Trieste.
Sherrie (Julianne Hough), una ragazza dell'Oklahoma, parte alla volta di Hollywood per cercare di fare carriera come cantante. Al suo arrivo in città, però, viene derubata di tutti i suoi averi e, in particolare, di tutti i suoi dischi. Drew (Diego Boneta), un cameriere del Bourbon (o, più precisamente, The Bourbon Room), storico "tempio del rock" della città, l'aiuta e le trova un lavoro al locale. Nel frattempo Patricia Whitmore (Catherine Zeta-Jones), la bigotta moglie del sindaco (Bryan Cranston) cerca di far chiudere il Bourbon adducendo come scusa della sua avversione per il rock il voler ripulire la città da sesso e droga. Il Bourbon è prossimo alla bancarotta e l'unico modo per salvarlo è il concerto degli Arsenal, la band di Stacee Jaxx (Tom Cruise). Questi è una stella del rock particolarmente bizzarra, guidata da un manager senza scrupoli di nome Paul Gill (Paul Giamatti). Il giorno della grande serata la band che doveva aprire il concerto ha dato forfait e così Sherrie propone Drew. Nel frattempo Stacee arriva al locale dove trova ad aspettarlo Constance (Malin Åkerman), una giornalista della rivista Rolling Stones. Dopo una curiosa intervista, la giornalista salta addosso al cantante salvo pentirsi poco dopo del gesto appena compiuto. Per un equivoco Drew crede che Sherrie abbia fatto l'amore con Stacee, così dà il meglio di sé sul palco ma rompe il fidanzamento con la ragazza la quale si licenzia dal locale e se ne va. Anche Drew si licenzia dal locale accettando la proposta di Paul di diventare un cantante al livello di Stacee. Paul intanto decide di non mantenere la parola data e si porta via tutto l'incasso della serata lasciando così i gestori del bar, Denis (Alec Baldwin) e Lonny (Russell Brand) – i quali nel frattempo scoprono di essere omosessuali e di amarsi – ancora alle prese con i conti da pagare.
Sherrie, per quadagnare un po' di soldi, decide prima di fare la cameriera in un locale di spogliarello gestito da Justice Charlier (Mary J. Blige) e poi, stanca di essere importunata dai clienti del locale, di diventare lei stessa una ballerina. Drew, invece, viene convinto da Paul a lasciar perdere il rock, che secondo lui non va più di moda, per mettere su una patetica boy band. Intanto su Rolling Stones esce l'articolo di Constance che mette in risalto il carattere bambinesco di Stacee nonché la scarsa professionalità e la mancanza di morale del suo manager. Stacee decide così di licenziare Paul senza sapere che questi aveva già preso accordi con i gestori del Bourbon per un inesistente concerto da solista della rockstar che avrebbe dovuto lanciare contemporaneamente anche la nuova boy band di Drew. Drew e Sherrie si incontrano per caso e provano a ricominciare ma la ragazza non vuole. Drew allora consegna una cassetta in cui ha inciso una canzone a lei dedicata e, per dimostrarle ancora di più il suo amore, riacquista tutti i dischi che la ragazza aveva perso a inizio film e che, nel frattempo, sono stati rivenduti ad un negozio di musica, e glieli fa recapitare allo strip-club.
Quando Stacee tenta di contattare Constance scopre del concerto di cui non sapeva niente e decide di recarsi al Bourbon per chiarire la situazione. Al suo arrivo al locale trova Patricia e le altre donne della chiesa che stanno bisticciando con i fan della rockstar. Quando Stacee vede Patricia sembra riconoscerla e la chiama con il nome "Patty" mentre lei, evidentemente attratta da Stacee, perde la sua austerità e tenta di baciarlo. Nell'assistere alla scena Lonny si ricorda di aver già visto Patricia nella foto che faceva da copertina all'album di Stacee Jaxx registrato al Bourbon: recupera così il disco e lo fa vedere in diretta Tv, per mostrare a tutti quanto la moglie del sindaco sia ipocrita nella sua campagna contro il rock. Intanto Stacee al Bourbon reincontra Constance e fa con lei l'amore in uno dei bagni, non prima però di aver restituito l'incasso sottratto da Paul ai gestori del locale che, in questo modo, possono pagare le tasse e salvare il Bourbon dalla chiusura. Nel frattempo la boy band di Drew fa fiasco ma Sherrie riesce a salvare la situazione interpretando con Drew la canzone che il ragazzo ha scritto per lei. La canzone è talmente bella che fa presa anche su Stacee, tanto che la userà come inedito nei suoi prossimi concerti cantandola in coppia con Drew e Sherrie. Al concerto rivediamo anche Constance, incinta di Stacee, che evidentemente ha deciso di mettere la testa a posto, e Patricia che si è di nuovo convertita al rock.
Voglio essere sincero: il rock non è il mio genere preferito ma mi piace molto il musical e se questo è fatto bene, poco importa di quale genere sia la musica. Il problema è che questo musical non è fatto bene. Certo, il cast è di prima scelta – e, in effetti, gli attori sono dei meravigliosi interpreti – ma la sceneggiatura proprio non va, e questo si deve in minima parte alla quella originale del musical e molto a quella del film. Alla prima si devono due storture in particolare: una è il fatto che, generalmente, quando si ricavano musical da canzoni preesistenti si ha la sensazione che la trama sia un mero pretesto per infilare alla bell'e meglio una serie di brani più o meno famosi. Questo non sarebbe di per sé un problema se Broadway non ci avesse abituato a cose ben migliori, e per questo il risultato risulta sciatto. L'altra stortura è che risulta fastidiosissimo che delle fanatiche anti-rock cantino usando canzoni rock. Lo so che in un musical rock questo è praticamente inevitabile, però onestamente è una cosa molto, molto irritante. Dall'altra parte la sceneggiatura per il film ha una pecca insormontabile: la pessima caratterizzazione dei personaggi. Il manager Paul è troppo buono, addirittura simpatico, mentre dovrebbe essere una carogna senza scrupoli. Altrettanto si può dire per Patricia che, oltre a non mettere mai in pratica le sue mille minacce (e questo fa perdere credibilità al personaggio), è talmente mal tratteggiata che si capisce subito dove andrà a parare. Il personaggio della giornalista è insensato, incoerente e scritto male e serve solamente affinché Stacee si renda conto di che persona è Paul (oltre a fornire un lieto fine alquanto stucchevole). I personaggi dei due gestori sono ben scritti e coerenti finché non salta fuori senza motivo la loro storia d'amore che non serve a niente se non a far cantare loro una canzone. Bryan Cranston fa un buon cameo, ma è sprecato per un ruolo del genere e il personaggio di Mery J. Blige, probabilmente per sfruttare la popolarità della cantante, appare inopinatamente e inutilmente in ogni canzone da metà film in poi. Inoltre il regista Adam Shankman ha chiare difficoltà nel far muovere gli attori durante le canzoni (una su tutte, l'imbarazzante coreografia di Catherine Zeta-Jones durante il numero all'interno della chiesa). Per tutti questi motivi il risultato è un prodotto inferiore alla media che si salva solamente grazie alle abilità dei protagonisti.
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domenica 10 giugno 2012
Hunger Games (2012)

Hunger Games
Hunger Games, USA, 2012, colore, 142' (2h 22')
Regia di Gary Ross
Visto al Nazionale di Trieste.
In un Mondo distopico o post-apocalittico, l'America è sostituita da Panem, uno Stato diviso in quattordici zone: la ricca Capitol, dodici Distretti via via sempre più poveri a seconda del loro numero d'ordine e un tredicesimo Distretto ormai disabitato. Ogni anno, da 74 anni, come punizione per essersi ribellati al governo della capitale, i dodici Distretti devono sorteggiare un ragazzo e una ragazza (detti "tributi") da mandare agli Hunger Games, una sorta di reality show in cui i ventiquattro ragazzi si massacrano in un'arena controllata finché non resta vivo uno solo dei partecipanti. Per il Distretto 12 vengono scelti Prim Everdeen (Willow Shields) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson). Per salvare la sorella appena dodicenne, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) si offre volontaria per gli Hunger Games al posto di Prim e le viene concesso di partire al fianco di Peeta. Ben presto i due ragazzi conoscono le persone che li aiuteranno nell'allenamento: Haymitch (Woody Harrelson), precedente vincitore degli Hunger Games e loro mentore, benché perennemente ubriaco; Cinna (Lenny Kravitz) il sarto che avrà l'idea di creare delle finte fiamme con cui vestire Katniss (da qui il soprannome la ragazza di fuoco) e Effie (Elizabeth Banks) che insegna loro come rapportarsi con gli sponsor. I tributi, infatti, durante il gioco possono ricevere aiuti dai ricchi abitanti di Capitol tramite piccoli cilindri di metallo paracadutati nell'arena. Durante un'intervista televisiva a Caesar Flickerman (Stanley Tucci), Peeta ammette di essere innamorato di Katniss. La ragazza si arrabbia molto perché crede che la dichiarazione di Peeta sia finalizzata solo ad ingraziarsi gli sponsor e i rapporti tra i due si fanno tesi.
Gli Hunger Games iniziano: Katniss, abituata a cacciare nei boschi e a vivere all'aria aperta, e forte della sua abilità nel tiro con l'arco, riesce ad appropriarsi di un po' di materiale di sopravvivenza e a rifugiarsi su di un albero mentre già dodici dei ventiquattro partecipanti vengono uccisi nelle prime otto ore. Peeta stringe alleanza con il gruppo più forte, formato da alcuni dei tributi dei primi Distretti. Questi ultimi accettano Peeta nel loro gruppo solo perché sperano lui li aiuti ad uccidere Katniss e con il chiaro intento, una volta morta la ragazza, di farlo fuori senza esitazione. Il gruppetto circonda l'albero dove si trova Katniss ma la ragazza con l'aiuto di Rue (Amandla Stenberg), giovanissimo tributo del Distretto 11, riesce a scappare e ad uccidere un'altra concorrente. Rue e Katniss stringono amicizia (anche perché Rue cura Katniss dopo che questa è stata punta da alcune vespe mutanti velenose) e tentano una sortita al campo base per distruggere la scorta di viveri dei sopravvissuti. Katniss riesce nell'impresa ma Rue viene ferita a morte da un tributo del Distretto 1, immediatamente ucciso da Katniss per vendicare l'amica. Prima che Rue muoia, Katniss fa in tempo a cantarle una ninna nanna, la stessa che la ragazza canta abitualmente alla sorella Prim. Questo momento di tenerezza e di pietà insperati accende gli animi degli abitanti del Distretto 11 i quali iniziano una rivolta.
A questo punto Seneca Crane (Wes Bentley), il "controllore" dell'arena, ovvero la persona che da una sala comandi a Capital può gestire qualunque cosa – animata o inanimata, concorrenti esclusi – sia presente nel campo da gioco, fa un annuncio: se alla fine dello scontro rimarranno vivi due membri della stessa squadra, saranno dichiarati vincitori entrambi. Questa scelta non incontra il favore del Presidente Snow (Donald Sutherland) che mette in guardia Seneca dal proseguire su questa strada. Sentito l'annuncio Katniss va in cerca di Peeta e lo trova nascosto e sanguinante per un colpo di spada. La ragazza prova a curarlo ma la ferita è troppo profonda e servirebbe una vera medicina. All'inizio Katniss si mostra tenera con Peeta, sperando che questo invogli gli sponsor ad inviare qualche aiuto, ma il piano non funziona. Allora Seneca offre a Katniss la medicina ma gliela fa trovare in una radura al centro dell'arena, ben sapendo che in quel punto ogni concorrente è estremamente vulnerabile. Nonostante le insistenze di Peeta, Katniss si arrischia a prendere la medicina ma viene bloccata da Clove (Isabelle Fuhrman), tributo del Distretto 1, che prima di ucciderla ammette di aver ucciso Rue. A quel punto interviene l'altro tributo del Distretto 11, lo stesso di Rue, che uccide Clove e, memore del gesto di pietà di Katniss nei confronti della sua amica, la lascia viva.
Katniss riesce a curare Peeta. Qualche giorno dopo Peeta, mentre raccoglie delle bacche avvelenate credendole commestibili, uccide senza volere un altro tributo. A questo punto, per accelerare la fine, Seneca crea dal nulla tre creature mostruose e le scaglia contro i ragazzi che riescono a mettersi in salvo ma finiscono nelle mani di Cato (Alexander Ludwig), l'ultimo tributo – oltre a loro due, ovviamente – ad essere ancora in vita. Dopo un intenso corpo a corpo Katniss e Peeta riescono ad uccidere Cato. Seneca, a questo punto, dichiara nulla la regola precedente sostenendo che deve esserci un solo vincitore degli Hunger Games. Su idea di Katniss, i due ragazzi decidono di avvelenarsi contemporaneamente con le bacche, così che non ci sia alcun vincitore. Seneca, che non può permettere una fine simile, li ferma e li dichiara entrambi vincitori, scatenando così le ire del Presidente. Così mentre Katniss e Peeta vengono portati in trionfo, Seneca viene costretto al suicidio, sempre tramite le bacche, per aver sbagliato nel gestire la situazione.
Nonostante la folla festante che accoglie i due vincitori nel loro rientro a casa, le cose non vanno bene per Katniss: il sentimento che Peeta ha dichiarato di provare per lei, e che lei credeva falso, sembra invece vero. Inoltre l'aver sfidato il sistema e l'aver vinto in coppia gli Hunger Games rendono Katniss e Peeta una minaccia per il potere di Capitol e costringono il Presidente Snow a prendere provvedimenti in merito.
Il film, tratto dall'omonimo best seller di Suzanne Collins, ha avuto un successo di pubblico e di critica planetario. Difficile capire il perché, dal momento che la pellicola ha un numero di difetti molto superiore ai pregi. Cominciamo dalla regia: la prima sequenza e buona parte dei combattimenti sono girati con una telecamera a mano che, immagino, secondo il regista avrebbe dovuto fare guerriglia style. Il risultato, però, è solo quello di confondere lo spettatore provocandogli un vago senso di mal di mare. Inoltre, e qui sta il problema, l'aver usato una camera a mano non aggiunge niente alle stesse scene girate con una macchina da presa fissa. Anzi, i combattimenti con la macchina fissa si sarebbero goduti molto di più. Per il resto del film la regia non sembra così strabiliante e innovativa. È vero, durante il gioco le inquadrature si concentrano sempre di più sui singoli protagonisti, ma essendo quello un enorme reality show, direi che è normale. Sarebbe stato innovativo se in un film di "vita vera", con un taglio simile di ripresa, il regista ci avesse voluto comunicare che metaforicamente la nostra vita è null'altro che un reality show. Ma in questo caso qui, dov'è lo sforzo? Dov'è l'innovazione?
Posto, quindi, che la regia non è il punto di forza del film, vediamo i personaggi. Praticamente tutti i personaggi, a parte forse Effie Trinket, sono macchiette caratterizzate malissimo. Il personaggio di Katniss, la protagonista, è incoerente nelle varie parti (da cose minori, come il fatto che non rivolge parola a Peeta sul treno ma si arrabbia quando è lui a comportarsi allo stesso modo più tardi, a cose più grandi, come cercare di vincere il gioco senza voler uccidere nessuno e senza avere una strategia) ed è sfruttato male (si dice sia infallibile con l'arco ma di frecce in tutto il film ne tirerà al più sei – e tre di esse solo durante l'allenamento). Come se non bastasse, Katniss ha per tutto il tempo l'aria di una che non sta capendo un accidente di cosa sta succedendo attorno a lei. Ciò è poco originale (l'abbiamo già visto in Sucker Punch), non è credibile (è assurdo che la vincitrice dei giochi si guardi attorno spaesata dal primo all'ultimo secondo del film) e sicuramente non è sexy. Discorso analogo per Peeta che ha la capacità di lanciare grossi pesi (cosa mostrata durante l'allenamento, ma mai più citata nel gioco) e che esce vivo dagli Hunger Games solo perché è dello stesso Distretto di Katniss (all'inizio le è contro, poi passa metà gioco mimetizzato tra le rocce, ferito in una grotta e alla fine si fa catturare da Cato). Haymitch, il mentore, si presenta subito come il classico ubriacone egoista, perpetrando così un odioso stereotipo dei film di genere, salvo cambiare completamente personalità poche scene dopo. Questo cambiamento, però, non va letto come distacco dal suddetto stereotipo, ma banalmente come incapacità di tratteggiare un personaggio che sia coerente ed interessante. Cose simili si potrebbero dire di Prim, la sorella di Katniss, o di Seneca Crane, il “conduttore” del gioco, ma credo di aver reso l'idea.
Quindi il punto di forza non sono neanche i personaggi; rimane la trama. Spiace dirlo ma, a parte riferimenti più o meno cercati (leggi: plagi più o meno evidenti) con altri film come Battle Royal o Contenders serie 7, la trama ha talmente tanti buchi e tante scene insensate che difficilmente può essere anche vagamente interessante. Si va da cose minori, quali capire com'è fatta l'arena di gioco (le piante curano e le bacche sono velenose, ma possono essere creati alberi e animali reali dal nulla?) o il fatto che il cannone spari e sul cielo venga proiettata l'immagine di chi è morto solo quando questo giova alla trama e non sempre, a cose imbarazzanti come il fatto che la sequenza dei cani si svolga di notte perché il CGI rende meglio col buio o la scena dell'albero. Ecco, la scena dell'albero: se permettete la analizzo un attimo. Noi troviamo Katniss, ferita ad una gamba e armata solo di un coltello (a dire il vero sembra si sia costruita anche delle rudimentali frecce con dei pezzi di legno, ma senza arco risultano alquanto inutili), inseguita da quattro feroci assassini (senza contare Peeta che, tecnicamente, in quel momento del gioco potrebbe non aver interesse ad uccidere la sua compagna di squadra) armati con almeno una spada e un arco, oltre ad altre armi di lusso reperite accanto alla cornucopia di inizio gioco. Bene, la nostra protagonista si arrampica su un albero a, diciamo, 5 metri d'altezza e nessuno dei quattro avversari riesce a raggiungerla e a colpirla. Poi Katniss fa mezzo giro attorno all'albero e si sistema. I quattro spietati non ci pensano nemmeno a fare mezzo giro dell'albero ma decidono di aspettare che Katniss scenda. Durante l'appostamento i furbastri non organizzano neppure un turno di guardia, tanto che l'alba li trova tutti addormentati. Katniss, allora, decide di segare un tronco (operazione questa che notoriamente produce una discreta confusione) per far cadere un alveare di vespe killer sul gruppo di assassini. Questo è il tipico esempio di come non deve essere girato un film. La sequenza ha vette di assurdità che non conoscono paragoni. Fuori di metafora, sembra davvero che tutti i personaggi del film compiano una serie di azioni mirate unicamente ad arrivare al finale, senza che queste siano giustificate o appaiano credibili. È questo che, secondo me, è intollerabile in un film del genere e lo rendono un prodotto quantomeno dozzinale.
Per finire, quasi tutti i media hanno ripreso il punto nodale del "reality show estremo" sostenendo che questo stigmatizza la contemporaneità. Anche questo non è vero perché qui il reality show è effetto del gioco e non causa. Prendiamo un film come Live!, ad esempio. In quel caso il reality show era il punto di partenza e, per aumentare gli ascolti, lo si estremizza facendo morire i concorrenti. Ecco, dunque, la critica della società attuale; proprio domani in qualche nazione del Mondo qualche rete televisiva cinica e senza scrupoli potrebbe benissimo mandare in onda un reality show di questo genere. Questi siamo noi, questa è la nostra società. In Hunger Games, invece, il punto di partenza è il sacrificio dei giovani come monito ai Distretti che si sono ribellati. Poi, solo successivamente, per spettacolarizzare la cosa (ma anche per dare la speranza alla gente – come qualcuno fa notare nel film – e per un senso di ipocrita magnanimità – “noi uccidiamo i ragazzi ma siamo buoni e uno lo lasciamo vivere” - e, probabilmente anche per far sì che ogni Distretto viva in diretta la morte dei loro ragazzi), viene istituito il reality show. Questi non siamo noi: questa cosa non può succederci, se non prima della fondazione di una mega nazione divisa in Distretti, dopo la ribellione fallita di alcuni di essi e la decisione dei governanti di istituire un tributo. Ecco, quindi, che la critica al mondo attuale ne risulta estremamente affievolita e non può essere considerata la forza del film.
Per tutti questi motivi Hunger Games è un film decisamente mal riuscito e il suo successo planetario davvero non ha spiegazioni.
[Ringrazio Enrico per la chiacchierata che ha portato ad un commento così ampio]
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