venerdì 31 agosto 2012

Io sono Tony Scott (2010)


Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz
Italia, 2010, colore & b/n, 128' (2h 8')
Regia di Franco Maresco

Visto su Rai 3 all'interno di Fuori orario.

Il documentario racconta la vita e il declino di Tony Scott, nome d'arte di Anthony Joseph Sciacca, clarinettista jazz italo-americano che ebbe uno straordinario successo nell'America degli Anni '50. Nato da due genitori originari di Salemi, in provincia di Trapani, Tony si è presto appassionato al clarinetto e, negli Anni '50 riesce a suonare con artisti del calibro di Charlie Parker, Billie Holiday, Buddy De Franco (cui strapperà per alcuni anni il titolo di "Miglior clarinettista"), Harry Belafonte (per il quale Tony sostiene di aver scritto Banana Boat Song), Bill Evans (convincendolo a lasciare la musica classica per darsi al jazz) e, seppur bianco, riesce a farsi ben volere dalla comunità nera che a quei tempi aveva il "monopolio" della cultura jazz. Negli Anni '60 Tony decide di fare un lunghissimo tour in tutta l'Asia per studiare la cultura di quei paesi e il loro modo di fare musica e per tentare una fusione tra jazz e musica popolare orientale. Al ritorno negli Stati Uniti, alla fine degli Anni '60, Tony non si ritrova più nei nuovi valori e nella nuova società americana e decide di trasferirsi in Italia. Qui risiede tra Roma e Milano fino al 2007, anno in cui muore in seguito all'aggravarsi di un tumore alla prostata, barcamenandosi tra serate nelle balere e concerti nelle feste di piazza, pur di racimolare qualche lira. Il suo carattere ribelle, la sua scontrosità e qualche lieve disturbo psichico (forse dovuto alle torture inflittegli durante una detenzione in Indonesia per spionaggio) hanno fatto sì che negli ultimi anni della sua vita Tony fosse praticamente dimenticato se non, appunto, per spettacoli di infimo ordine.
Tutto il documentario alterna interviste a Tony Scott, alle tre mogli e alle due figlie, a jazzisti e ad esperti nel campo, sia italiani che stranieri, con vecchi filmati di repertorio e vecchie fotografie.

Il documentario mostra i suoi limiti fin da subito. In realtà i limiti li crea tutti Maresco che tenta di dimostrare la sua tesi ("La colpa della morte di Tony Scott è da imputare interamente all'Italia") con una serie di artifici retorici sfacciati e stucchevoli. Il film si apre con un'intervista televisiva del 2005 di Paolo Bonolis che, per lo meno nello spezzone che Maresco ci mostra, fa una battuta a Tony Scott non felicissima ma neppure così tremenda. Eppure questo basta a Maresco per sostenere che Bonolis ha umiliato il più grande jazzista del Mondo e partire con la sua filippica retorica contro l'Italia. Filippica che ha il suo culmine di cattivo gusto quando Maresco tira fuori un antiberlusconismo totalmente fuori luogo che sottintende che è colpa di Berlusconi se Tony Scott ha fatto quella fine. Probabilmente il passo successivo sarebbe stato dimostrare che anche le torture in Indonesia o il tumore alla prostata sono imputabili all'"italietta" berlusconiana; per fortuna il regista si è fermato prima.
Ad ogni modo, il documentario dà per assodato che Tony Scott fosse uno dei jazzisti migliori del mondo, senza tentare di dimostrarlo o di spiegare il perché (nelle esibizioni più recenti non mi sembrava così eccezionale. Anzi, tutt'altro). Inoltre tutto quello che dice Scott viene preso per vero, senza un controllo, un approfondimento o una verifica, anche qui nonostante nelle interviste più di qualcuno affermi che era uno che voleva attirare su di sé l'attenzione (e quindi non è detto che non abbia "gonfiato" qualche aneddoto a suo favore).
Guardando il documentario ci si pone diversi interrogativi: perché Billie Holiday o Bill Evans (che ha iniziato grazie a Scott) oggi sono ricordati mentre Tony Scott è scivolato nell'oblio? Davvero solo perché si è trasferito in Italia negli anni '70? E se è vero che gli spettatori statunitensi sono andati in visibilio per la reunion del 2003 con Buddy De Franco, perché dagli anni '70 ad oggi non hanno fatto niente per ricordare questa "stella del jazz"? Tutte domande legittime che però il documentario non segue, impegnato com'è ad addossare tutte le colpe agli italiani ingrati.
Infine trovo fastidioso che di tutti i filmati che compongono il documentario non ci sia un riferimento temporale né in sovrimpressione né nei titoli di coda. Sarebbe stato utile capire da dove è stata tratta ogni esibizione e, soprattutto, di che anno si trattava, per cercare di mantenere un filo logico mentale, poter rendersi conto dei cambiamenti della tecnica nei vari periodi ed eventualmente per avere una traccia per recuperarli. Sarebbe stato interessante sapere chi era raffigurato in quelle foto, specialmente per chi non bazzica molto il jazz. Sarebbe stato fondamentale sapere da che film sono tratti gli spezzoni dei film. E invece niente.
Onestamente io sono convinto che questo sia uno dei modi peggiori per realizzare documentari (specialmente considerato che, stando alle voci, ci sono voluti quasi quattro anni per completarlo): non si fa un buon servizio né al genere, né al soggetto del film.

giovedì 30 agosto 2012

Manhunter - Frammenti di un omicidio (1986)


Manhunter - Frammenti di un omicidio
Manhunter, USA, 1986, colore, 119' (1h 59')
Regia di Michael Mann

Visto ieri sera su Rai Movie.

L'agente dell'FBI Will Graham (William Petersen) viene richiamato in servizio dal congedo anticipato per indagare su un serial killer, detto "Dente di fata", che ha già massacrato due intere famiglie durante le precedenti notti di Luna piena. Seppur riluttante, Will accetta il caso e, per prima cosa, si reca al manicomio criminale per parlare col dottor Hannibal Lecktor (Brian Cox), il pericoloso criminale che qualche tempo prima lo aveva aggredito lasciandogli ferite fisiche e psicologiche che lo hanno portato, appunto, alla pensione. Grazie ad alcune fortunate intuizioni, Will riesce a trovare un'impronta parziale del killer, ma è ancora troppo poco per un'identificazione. Will allora decide di stringere un accordo con Freddie Lounds (Stephen Lang), un giornalista più interessato agli scoop che alle persone, per tendere una trappola al killer. Il piano non va come sperato e, anziché assalire Will, l'assassino rapisce e uccide Freddie dandogli fuoco nel parcheggio del suo giornale. Nel frattempo il killer riesce a comunicare con Lecktor e a farsi dare da quest'ultimo l'indirizzo di casa di Will. Per fortuna all'arrivo della Polizia non c'è traccia dell'assassino ma la moglie di Will, Molly (Kim Greist), e il loro figlio Kevin sono particolarmente spaventati e non vorrebbero che Will continuasse nelle indagini.
Intanto "Dente di fata", ovvero Francis Dolarhyde (Tom Noonan), uno psicopatico che lavora in un laboratorio di sviluppo pellicole fotografiche, inizia una storia d'amore con Reba (Joan Allen), una ragazza cieca che lavora nel suo stesso laboratorio. Quando però la sorprende in compagnia di un altro loro collega, Francis decide di eliminare il presunto rivale e di rapire la donna per ucciderla. Will, cerca di immedesimarsi sempre di più nel killer, fino a immaginare di dialogare con lui e, guardando dei filmati che ritraggono le due famiglie fatte a pezzi dall'assassino, capisce che quest'ultimo va cercato tra gli sviluppatori di pellicole di St. Louis. In breve tempo Will riesce ad identificare Francis e a scoprirne l'indirizzo di casa. Will e il suo capo, Jack Crawford (Dennis Farina), riescono ad arrivare appena in tempo per salvare Reba e uccidere Francis. Alla fine del film Will torna a casa con la sua famiglia e decide di ritirarsi definitivamente dalle indagini.

Onestamente trovo che Manhunter sia un film privo di mordente. Dovrebbe essere un raffinato thriller psicologico che però non coinvolge. La figura del dottor Lecktor è praticamente inutile ai fini della vicenda: non dà indizi o consigli utili al caso, non è chiaro perché Will si rivolga a lui (i motivi del loro incontro/scontro precedente sono così fumosi che risultano poco convincenti. O, meglio, non giustificano la fiducia incondizionata di Will nei confronti dell'uomo che ha cercato di ucciderlo e gli ha fatto passare mesi in un ospedale psichiatrico) né perché lo stesso Will continui a rivolgersi a lui anche dopo che questo rivela l'indirizzo di casa dell'agente all'assassino. È un film di occasioni perdute, di spunti accennati ma non portati fino in fondo: lo scambio di lettere tra Francis e Lecktor, la cassetta che Francis fa registrare al giornalista, le minacce alla famiglia di Will. Tutte buone idee che però non vengono sviluppate. Inoltre i soliloqui di Will con l'assassino sono, alla lunga, fastidiosi e danno l'idea (probabilmente errata) di servire all'unico scopo di far capire in modo facile allo spettatore i pensieri di Will. Infine la scelta di mostrare Francis appena a tre quarti dall'inizio, oltretutto con una storia d'amore che esula dalla sua "routine" di serial killer, appare incomprensibile. Anche qui, sembra un modo facile per concludere in modo buonista la storia (se Francis fosse andato a uccidere la famiglia "prescelta" ce l'avrebbe fatta e l'FBI non l'avrebbe fermato, se non a cose avvenute. Francis invece tenta di uccidere Reba a casa sua così Will può piombare provvidenzialmente lì e ucciderlo). In definitiva è un film fatto di tanti piccoli cliché del genere appena accennati che, presi singolarmente, quasi non si notano ma che messi assieme diventano fastidiosi.
La regia di Mann è, tutto sommato, buona benché si perda in particolari sequenze di difficile comprensione. Peccato solo per il finale inutilmente fracassone che stona con il resto e che tenta di creare suspense con metodi poco originali e non giustificati nell'economia del film.

venerdì 29 giugno 2012

Rock of Ages (2012)



Rock of Ages
Rock of Ages, USA, 2012, colore, 123' (2h 3')
Regia di Adam Shankman

Visto al Giotto di Trieste.

Sherrie (Julianne Hough), una ragazza dell'Oklahoma, parte alla volta di Hollywood per cercare di fare carriera come cantante. Al suo arrivo in città, però, viene derubata di tutti i suoi averi e, in particolare, di tutti i suoi dischi. Drew (Diego Boneta), un cameriere del Bourbon (o, più precisamente, The Bourbon Room), storico "tempio del rock" della città, l'aiuta e le trova un lavoro al locale. Nel frattempo Patricia Whitmore (Catherine Zeta-Jones), la bigotta moglie del sindaco (Bryan Cranston) cerca di far chiudere il Bourbon adducendo come scusa della sua avversione per il rock il voler ripulire la città da sesso e droga. Il Bourbon è prossimo alla bancarotta e l'unico modo per salvarlo è il concerto degli Arsenal, la band di Stacee Jaxx (Tom Cruise). Questi è una stella del rock particolarmente bizzarra, guidata da un manager senza scrupoli di nome Paul Gill (Paul Giamatti). Il giorno della grande serata la band che doveva aprire il concerto ha dato forfait e così Sherrie propone Drew. Nel frattempo Stacee arriva al locale dove trova ad aspettarlo Constance (Malin Åkerman), una giornalista della rivista Rolling Stones. Dopo una curiosa intervista, la giornalista salta addosso al cantante salvo pentirsi poco dopo del gesto appena compiuto. Per un equivoco Drew crede che Sherrie abbia fatto l'amore con Stacee, così dà il meglio di sé sul palco ma rompe il fidanzamento con la ragazza la quale si licenzia dal locale e se ne va. Anche Drew si licenzia dal locale accettando la proposta di Paul di diventare un cantante al livello di Stacee. Paul intanto decide di non mantenere la parola data e si porta via tutto l'incasso della serata lasciando così i gestori del bar, Denis (Alec Baldwin) e Lonny (Russell Brand) – i quali nel frattempo scoprono di essere omosessuali e di amarsi – ancora alle prese con i conti da pagare.
Sherrie, per quadagnare un po' di soldi, decide prima di fare la cameriera in un locale di spogliarello gestito da Justice Charlier (Mary J. Blige) e poi, stanca di essere importunata dai clienti del locale, di diventare lei stessa una ballerina. Drew, invece, viene convinto da Paul a lasciar perdere il rock, che secondo lui non va più di moda, per mettere su una patetica boy band. Intanto su Rolling Stones esce l'articolo di Constance che mette in risalto il carattere bambinesco di Stacee nonché la scarsa professionalità e la mancanza di morale del suo manager. Stacee decide così di licenziare Paul senza sapere che questi aveva già preso accordi con i gestori del Bourbon per un inesistente concerto da solista della rockstar che avrebbe dovuto lanciare contemporaneamente anche la nuova boy band di Drew. Drew e Sherrie si incontrano per caso e provano a ricominciare ma la ragazza non vuole. Drew allora consegna una cassetta in cui ha inciso una canzone a lei dedicata e, per dimostrarle ancora di più il suo amore, riacquista tutti i dischi che la ragazza aveva perso a inizio film e che, nel frattempo, sono stati rivenduti ad un negozio di musica, e glieli fa recapitare allo strip-club.
Quando Stacee tenta di contattare Constance scopre del concerto di cui non sapeva niente e decide di recarsi al Bourbon per chiarire la situazione. Al suo arrivo al locale trova Patricia e le altre donne della chiesa che stanno bisticciando con i fan della rockstar. Quando Stacee vede Patricia sembra riconoscerla e la chiama con il nome "Patty" mentre lei, evidentemente attratta da Stacee, perde la sua austerità e tenta di baciarlo. Nell'assistere alla scena Lonny si ricorda di aver già visto Patricia nella foto che faceva da copertina all'album di Stacee Jaxx registrato al Bourbon: recupera così il disco e lo fa vedere in diretta Tv, per mostrare a tutti quanto la moglie del sindaco sia ipocrita nella sua campagna contro il rock. Intanto Stacee al Bourbon reincontra Constance e fa con lei l'amore in uno dei bagni, non prima però di aver restituito l'incasso sottratto da Paul ai gestori del locale che, in questo modo, possono pagare le tasse e salvare il Bourbon dalla chiusura. Nel frattempo la boy band di Drew fa fiasco ma Sherrie riesce a salvare la situazione interpretando con Drew la canzone che il ragazzo ha scritto per lei. La canzone è talmente bella che fa presa anche su Stacee, tanto che la userà come inedito nei suoi prossimi concerti cantandola in coppia con Drew e Sherrie. Al concerto rivediamo anche Constance, incinta di Stacee, che evidentemente ha deciso di mettere la testa a posto, e Patricia che si è di nuovo convertita al rock.

Voglio essere sincero: il rock non è il mio genere preferito ma mi piace molto il musical e se questo è fatto bene, poco importa di quale genere sia la musica. Il problema è che questo musical non è fatto bene. Certo, il cast è di prima scelta – e, in effetti, gli attori sono dei meravigliosi interpreti – ma la sceneggiatura proprio non va, e questo si deve in minima parte alla quella originale del musical e molto a quella del film. Alla prima si devono due storture in particolare: una è il fatto che, generalmente, quando si ricavano musical da canzoni preesistenti si ha la sensazione che la trama sia un mero pretesto per infilare alla bell'e meglio una serie di brani più o meno famosi. Questo non sarebbe di per sé un problema se Broadway non ci avesse abituato a cose ben migliori, e per questo il risultato risulta sciatto. L'altra stortura è che risulta fastidiosissimo che delle fanatiche anti-rock cantino usando canzoni rock. Lo so che in un musical rock questo è praticamente inevitabile, però onestamente è una cosa molto, molto irritante. Dall'altra parte la sceneggiatura per il film ha una pecca insormontabile: la pessima caratterizzazione dei personaggi. Il manager Paul è troppo buono, addirittura simpatico, mentre dovrebbe essere una carogna senza scrupoli. Altrettanto si può dire per Patricia che, oltre a non mettere mai in pratica le sue mille minacce (e questo fa perdere credibilità al personaggio), è talmente mal tratteggiata che si capisce subito dove andrà a parare. Il personaggio della giornalista è insensato, incoerente e scritto male e serve solamente affinché Stacee si renda conto di che persona è Paul (oltre a fornire un lieto fine alquanto stucchevole). I personaggi dei due gestori sono ben scritti e coerenti finché non salta fuori senza motivo la loro storia d'amore che non serve a niente se non a far cantare loro una canzone. Bryan Cranston fa un buon cameo, ma è sprecato per un ruolo del genere e il personaggio di Mery J. Blige, probabilmente per sfruttare la popolarità della cantante, appare inopinatamente e inutilmente in ogni canzone da metà film in poi. Inoltre il regista Adam Shankman ha chiare difficoltà nel far muovere gli attori durante le canzoni (una su tutte, l'imbarazzante coreografia di Catherine Zeta-Jones durante il numero all'interno della chiesa). Per tutti questi motivi il risultato è un prodotto inferiore alla media che si salva solamente grazie alle abilità dei protagonisti.

domenica 10 giugno 2012

Hunger Games (2012)



Hunger Games
Hunger Games, USA, 2012, colore, 142' (2h 22')
Regia di Gary Ross

Visto al Nazionale di Trieste.

In un Mondo distopico o post-apocalittico, l'America è sostituita da Panem, uno Stato diviso in quattordici zone: la ricca Capitol, dodici Distretti via via sempre più poveri a seconda del loro numero d'ordine e un tredicesimo Distretto ormai disabitato. Ogni anno, da 74 anni, come punizione per essersi ribellati al governo della capitale, i dodici Distretti devono sorteggiare un ragazzo e una ragazza (detti "tributi") da mandare agli Hunger Games, una sorta di reality show in cui i ventiquattro ragazzi si massacrano in un'arena controllata finché non resta vivo uno solo dei partecipanti. Per il Distretto 12 vengono scelti Prim Everdeen (Willow Shields) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson). Per salvare la sorella appena dodicenne, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) si offre volontaria per gli Hunger Games al posto di Prim e le viene concesso di partire al fianco di Peeta. Ben presto i due ragazzi conoscono le persone che li aiuteranno nell'allenamento: Haymitch (Woody Harrelson), precedente vincitore degli Hunger Games e loro mentore, benché perennemente ubriaco; Cinna (Lenny Kravitz) il sarto che avrà l'idea di creare delle finte fiamme con cui vestire Katniss (da qui il soprannome la ragazza di fuoco) e Effie (Elizabeth Banks) che insegna loro come rapportarsi con gli sponsor. I tributi, infatti, durante il gioco possono ricevere aiuti dai ricchi abitanti di Capitol tramite piccoli cilindri di metallo paracadutati nell'arena. Durante un'intervista televisiva a Caesar Flickerman (Stanley Tucci), Peeta ammette di essere innamorato di Katniss. La ragazza si arrabbia molto perché crede che la dichiarazione di Peeta sia finalizzata solo ad ingraziarsi gli sponsor e i rapporti tra i due si fanno tesi.
Gli Hunger Games iniziano: Katniss, abituata a cacciare nei boschi e a vivere all'aria aperta, e forte della sua abilità nel tiro con l'arco, riesce ad appropriarsi di un po' di materiale di sopravvivenza e a rifugiarsi su di un albero mentre già dodici dei ventiquattro partecipanti vengono uccisi nelle prime otto ore. Peeta stringe alleanza con il gruppo più forte, formato da alcuni dei tributi dei primi Distretti. Questi ultimi accettano Peeta nel loro gruppo solo perché sperano lui li aiuti ad uccidere Katniss e con il chiaro intento, una volta morta la ragazza, di farlo fuori senza esitazione. Il gruppetto circonda l'albero dove si trova Katniss ma la ragazza con l'aiuto di Rue (Amandla Stenberg), giovanissimo tributo del Distretto 11, riesce a scappare e ad uccidere un'altra concorrente. Rue e Katniss stringono amicizia (anche perché Rue cura Katniss dopo che questa è stata punta da alcune vespe mutanti velenose) e tentano una sortita al campo base per distruggere la scorta di viveri dei sopravvissuti. Katniss riesce nell'impresa ma Rue viene ferita a morte da un tributo del Distretto 1, immediatamente ucciso da Katniss per vendicare l'amica. Prima che Rue muoia, Katniss fa in tempo a cantarle una ninna nanna, la stessa che la ragazza canta abitualmente alla sorella Prim. Questo momento di tenerezza e di pietà insperati accende gli animi degli abitanti del Distretto 11 i quali iniziano una rivolta.
A questo punto Seneca Crane (Wes Bentley), il "controllore" dell'arena, ovvero la persona che da una sala comandi a Capital può gestire qualunque cosa – animata o inanimata, concorrenti esclusi – sia presente nel campo da gioco, fa un annuncio: se alla fine dello scontro rimarranno vivi due membri della stessa squadra, saranno dichiarati vincitori entrambi. Questa scelta non incontra il favore del Presidente Snow (Donald Sutherland) che mette in guardia Seneca dal proseguire su questa strada. Sentito l'annuncio Katniss va in cerca di Peeta e lo trova nascosto e sanguinante per un colpo di spada. La ragazza prova a curarlo ma la ferita è troppo profonda e servirebbe una vera medicina. All'inizio Katniss si mostra tenera con Peeta, sperando che questo invogli gli sponsor ad inviare qualche aiuto, ma il piano non funziona. Allora Seneca offre a Katniss la medicina ma gliela fa trovare in una radura al centro dell'arena, ben sapendo che in quel punto ogni concorrente è estremamente vulnerabile. Nonostante le insistenze di Peeta, Katniss si arrischia a prendere la medicina ma viene bloccata da Clove (Isabelle Fuhrman), tributo del Distretto 1, che prima di ucciderla ammette di aver ucciso Rue. A quel punto interviene l'altro tributo del Distretto 11, lo stesso di Rue, che uccide Clove e, memore del gesto di pietà di Katniss nei confronti della sua amica, la lascia viva.
Katniss riesce a curare Peeta. Qualche giorno dopo Peeta, mentre raccoglie delle bacche avvelenate credendole commestibili, uccide senza volere un altro tributo. A questo punto, per accelerare la fine, Seneca crea dal nulla tre creature mostruose e le scaglia contro i ragazzi che riescono a mettersi in salvo ma finiscono nelle mani di Cato (Alexander Ludwig), l'ultimo tributo – oltre a loro due, ovviamente – ad essere ancora in vita. Dopo un intenso corpo a corpo Katniss e Peeta riescono ad uccidere Cato. Seneca, a questo punto, dichiara nulla la regola precedente sostenendo che deve esserci un solo vincitore degli Hunger Games. Su idea di Katniss, i due ragazzi decidono di avvelenarsi contemporaneamente con le bacche, così che non ci sia alcun vincitore. Seneca, che non può permettere una fine simile, li ferma e li dichiara entrambi vincitori, scatenando così le ire del Presidente. Così mentre Katniss e Peeta vengono portati in trionfo, Seneca viene costretto al suicidio, sempre tramite le bacche, per aver sbagliato nel gestire la situazione.
Nonostante la folla festante che accoglie i due vincitori nel loro rientro a casa, le cose non vanno bene per Katniss: il sentimento che Peeta ha dichiarato di provare per lei, e che lei credeva falso, sembra invece vero. Inoltre l'aver sfidato il sistema e l'aver vinto in coppia gli Hunger Games rendono Katniss e Peeta una minaccia per il potere di Capitol e costringono il Presidente Snow a prendere provvedimenti in merito.

Il film, tratto dall'omonimo best seller di Suzanne Collins, ha avuto un successo di pubblico e di critica planetario. Difficile capire il perché, dal momento che la pellicola ha un numero di difetti molto superiore ai pregi. Cominciamo dalla regia: la prima sequenza e buona parte dei combattimenti sono girati con una telecamera a mano che, immagino, secondo il regista avrebbe dovuto fare guerriglia style. Il risultato, però, è solo quello di confondere lo spettatore provocandogli un vago senso di mal di mare. Inoltre, e qui sta il problema, l'aver usato una camera a mano non aggiunge niente alle stesse scene girate con una macchina da presa fissa. Anzi, i combattimenti con la macchina fissa si sarebbero goduti molto di più. Per il resto del film la regia non sembra così strabiliante e innovativa. È vero, durante il gioco le inquadrature si concentrano sempre di più sui singoli protagonisti, ma essendo quello un enorme reality show, direi che è normale. Sarebbe stato innovativo se in un film di "vita vera", con un taglio simile di ripresa, il regista ci avesse voluto comunicare che metaforicamente la nostra vita è null'altro che un reality show. Ma in questo caso qui, dov'è lo sforzo? Dov'è l'innovazione?
Posto, quindi, che la regia non è il punto di forza del film, vediamo i personaggi. Praticamente tutti i personaggi, a parte forse Effie Trinket, sono macchiette caratterizzate malissimo. Il personaggio di Katniss, la protagonista, è incoerente nelle varie parti (da cose minori, come il fatto che non rivolge parola a Peeta sul treno ma si arrabbia quando è lui a comportarsi allo stesso modo più tardi, a cose più grandi, come cercare di vincere il gioco senza voler uccidere nessuno e senza avere una strategia) ed è sfruttato male (si dice sia infallibile con l'arco ma di frecce in tutto il film ne tirerà al più sei – e tre di esse solo durante l'allenamento). Come se non bastasse, Katniss ha per tutto il tempo l'aria di una che non sta capendo un accidente di cosa sta succedendo attorno a lei. Ciò è poco originale (l'abbiamo già visto in Sucker Punch), non è credibile (è assurdo che la vincitrice dei giochi si guardi attorno spaesata dal primo all'ultimo secondo del film) e sicuramente non è sexy. Discorso analogo per Peeta che ha la capacità di lanciare grossi pesi (cosa mostrata durante l'allenamento, ma mai più citata nel gioco) e che esce vivo dagli Hunger Games solo perché è dello stesso Distretto di Katniss (all'inizio le è contro, poi passa metà gioco mimetizzato tra le rocce, ferito in una grotta e alla fine si fa catturare da Cato). Haymitch, il mentore, si presenta subito come il classico ubriacone egoista, perpetrando così un odioso stereotipo dei film di genere, salvo cambiare completamente personalità poche scene dopo. Questo cambiamento, però, non va letto come distacco dal suddetto stereotipo, ma banalmente come incapacità di tratteggiare un personaggio che sia coerente ed interessante. Cose simili si potrebbero dire di Prim, la sorella di Katniss, o di Seneca Crane, il “conduttore” del gioco, ma credo di aver reso l'idea.
Quindi il punto di forza non sono neanche i personaggi; rimane la trama. Spiace dirlo ma, a parte riferimenti più o meno cercati (leggi: plagi più o meno evidenti) con altri film come Battle Royal o Contenders serie 7, la trama ha talmente tanti buchi e tante scene insensate che difficilmente può essere anche vagamente interessante. Si va da cose minori, quali capire com'è fatta l'arena di gioco (le piante curano e le bacche sono velenose, ma possono essere creati alberi e animali reali dal nulla?) o il fatto che il cannone spari e sul cielo venga proiettata l'immagine di chi è morto solo quando questo giova alla trama e non sempre, a cose imbarazzanti come il fatto che la sequenza dei cani si svolga di notte perché il CGI rende meglio col buio o la scena dell'albero. Ecco, la scena dell'albero: se permettete la analizzo un attimo. Noi troviamo Katniss, ferita ad una gamba e armata solo di un coltello (a dire il vero sembra si sia costruita anche delle rudimentali frecce con dei pezzi di legno, ma senza arco risultano alquanto inutili), inseguita da quattro feroci assassini (senza contare Peeta che, tecnicamente, in quel momento del gioco potrebbe non aver interesse ad uccidere la sua compagna di squadra) armati con almeno una spada e un arco, oltre ad altre armi di lusso reperite accanto alla cornucopia di inizio gioco. Bene, la nostra protagonista si arrampica su un albero a, diciamo, 5 metri d'altezza e nessuno dei quattro avversari riesce a raggiungerla e a colpirla. Poi Katniss fa mezzo giro attorno all'albero e si sistema. I quattro spietati non ci pensano nemmeno a fare mezzo giro dell'albero ma decidono di aspettare che Katniss scenda. Durante l'appostamento i furbastri non organizzano neppure un turno di guardia, tanto che l'alba li trova tutti addormentati. Katniss, allora, decide di segare un tronco (operazione questa che notoriamente produce una discreta confusione) per far cadere un alveare di vespe killer sul gruppo di assassini. Questo è il tipico esempio di come non deve essere girato un film. La sequenza ha vette di assurdità che non conoscono paragoni. Fuori di metafora, sembra davvero che tutti i personaggi del film compiano una serie di azioni mirate unicamente ad arrivare al finale, senza che queste siano giustificate o appaiano credibili. È questo che, secondo me, è intollerabile in un film del genere e lo rendono un prodotto quantomeno dozzinale.
Per finire, quasi tutti i media hanno ripreso il punto nodale del "reality show estremo" sostenendo che questo stigmatizza la contemporaneità. Anche questo non è vero perché qui il reality show è effetto del gioco e non causa. Prendiamo un film come Live!, ad esempio. In quel caso il reality show era il punto di partenza e, per aumentare gli ascolti, lo si estremizza facendo morire i concorrenti. Ecco, dunque, la critica della società attuale; proprio domani in qualche nazione del Mondo qualche rete televisiva cinica e senza scrupoli potrebbe benissimo mandare in onda un reality show di questo genere. Questi siamo noi, questa è la nostra società. In Hunger Games, invece, il punto di partenza è il sacrificio dei giovani come monito ai Distretti che si sono ribellati. Poi, solo successivamente, per spettacolarizzare la cosa (ma anche per dare la speranza alla gente – come qualcuno fa notare nel film – e per un senso di ipocrita magnanimità – “noi uccidiamo i ragazzi ma siamo buoni e uno lo lasciamo vivere” - e, probabilmente anche per far sì che ogni Distretto viva in diretta la morte dei loro ragazzi), viene istituito il reality show. Questi non siamo noi: questa cosa non può succederci, se non prima della fondazione di una mega nazione divisa in Distretti, dopo la ribellione fallita di alcuni di essi e la decisione dei governanti di istituire un tributo. Ecco, quindi, che la critica al mondo attuale ne risulta estremamente affievolita e non può essere considerata la forza del film.
Per tutti questi motivi Hunger Games è un film decisamente mal riuscito e il suo successo planetario davvero non ha spiegazioni.


[Ringrazio Enrico per la chiacchierata che ha portato ad un commento così ampio]

giovedì 8 settembre 2011

Sacro e profano (2008)


Sacro e profano
Filth and Wisdom, UK, 2008, colore, 81' (1h 21')
Regia di Madonna

Visto stanotte su Rai Movie.

Andreij (o A.K. come a lui piace essere chiamato) è la voce narrante del film. A.K. (Eugene Hütz) è un cantante che, per guadagnare i soldi che gli servono per fare i concerti, rende reali le fantasie sadomaso dei suoi clienti. Durante la giornata aiuta Christopher Flynn (Richard E. Grant), un professore cieco, ex scrittore, che ha smesso di scrivere una volta persa la vista. A.K. ammira molto le poesie di Christopher, tanto che le usa come ispirazione per i testi delle sue canzoni. A.K. vive con due ragazze: Juliette (Vicky McClure), una farmacista che ruba le medicine al suo capo, Sardeep (Inder Manocha), un indiano vessato dalla moglie e dai numerosi figli, che è segretamente innamorato di lei e Holly (Holly Weston), ballerina di danza classica da 16 anni, senza lavoro fisso. Holly, su consiglio di A.K., si mette a fare la ballerina di lap dance, anche se gli inizi sono duri e la ragazza si vergogna molto di dover esibire il suo corpo per denaro. Mentre è a cena con Holly, il professor Flynn incontra un vecchio "amico" che lo prende pesantemente in giro e questo causa a Christopher un tale rifiuto della sua condizione che lo porta a chiudersi ancor più in sé stesso. Quando Sardeep scopre che Juliette ruba nel negozio, ne segue un furioso litigio e la ragazza si licenzia dicendo di voler andare in Africa ad aiutare i bambini che muoiono di fame. Per farsi perdonare della sfuriata, Sardeep trova un lavoro a Juliette come crocerossina in Africa e le paga anche il biglietto d'aereo. Nel frattempo Holly, con il costume da scolaretta con cui aiuta A.K. nel lavoro di masochista, finalmente si sblocca nel lavoro di lap dancer cominciando a guadagnare un sacco grazie alle mance. A.K. trova finalmente un ingaggio e Christopher, ascoltando le sue poesie musicate da A.K., riconosce la forza delle sue parole e decide di riprendere a scrivere, grazie anche ad una macchina per scrivere in braille. Juliette parte per l'Africa, Sardeep si riconcilia con la moglie e A.K. e Holly iniziano una storia d'amore assieme.

Il film di esordio di Madonna è indubbiamente sopra le righe. Il folkloristico protagonista, cantante dei Gogol Bordello (e meravigliosamente doppiato da Massimiliano Cutrera), parla direttamente con lo spettatore, sparando massime e dicendo la sua, spesso politicamente scorretta, sul mondo. Un film forte, che scorre bene, con personaggi ben caratterizzati. Sacro e profano è un film originale e ben girato, specialmente per essere un'opera prima. È indubbiamente un film particolare, che incuriosisce ma che non conquista, probabilmente anche a causa del finale buonista che fa un po' a pugni con lo stile rude della pellicola e con la filosofia del protagonista.

martedì 6 settembre 2011

Nuovo Cinema Paradiso (1988)


Nuovo Cinema Paradiso
Italia/Francia, 1988, colore, 173' (2h 53') (director's cut)
Regia di Giuseppe Tornatore

Visto ieri su Rai 3.

Salvatore Di Vita (Jacques Perrin), regista di successo, riceve una telefonata da Giancaldo, il paese natio lasciato trent'anni prima, nella quale la madre lo informa della morte di Alfredo (Philippe Noiret). Salvatore inizia così a ricordare la sua infanzia al paese e di quando da bambino (Salvatore Cascio) si intrufolava in cabina di proiezione per carpire i segreti del lavoro di Alfredo, il proiezionista del villaggio al Cinema Paradiso. Nonostante la madre (Antonella Attili) disapprovi la passione di Salvatore per il cinema (all'epoca le pellicole prendevano fuoco facilmente e il lavoro era delicato e pericoloso) ed anche Alfredo tenti di dissuadere il ragazzino dall'intraprendere il suo stesso lavoro, a Salvatore il cinema piace e continua a frequentarlo. Quando Alfredo, per superare gli esami elementari, chiederà a Salvatore di farlo copiare, questi aiuterà l'amico dietro la promessa di insegnargli il lavoro di proiezionista. Nel frattempo varia umanità affolla il cinema: l'analfabeta Ignazino (Leo Gullotta) che fa la maschera, padre Adelfio (Leopoldo Trieste) che visiona le pellicole in anteprima facendo togliere tutte le scene di bacio, quello che dalla galleria sputa sempre sugli spettatori della platea, quello che regolarmente si addormenta e quello che sa già il film a memoria, anticipandone le battute. Una sera la pellicola si brucia e l'intera cabina di proiezione prende fuoco. Salvatore, nonostante sia solo un bambino, trarrà in salvo Alfredo sottraendolo dalle fiamme. Nell'incidente Alfredo perde la vista e così Salvatore, unico in paese a saper far funzionare il proiettore, diventerà il nuovo proiezionista nel Nuovo Cinema Paradiso, ricostruito grazie alla generosità di Spaccafico (Enzo Cannavale), un napoletano che poco tempo prima aveva vinto un'enorme somma alla Sisal. Nonostante la sua cecità, Alfredo continua a frequentare la sala di proiezione anche quando Salvatore diventa un giovanotto (Marco Leonardi), facendogli compagnia e dandogli consigli di vita. Salvatore, nel frattempo dimostra enorme spirito di iniziativa, come quando esce il film Catene che Salvatore riesce a proiettare in due cinema diversi facendo portare l'unica pellicola concessa dal distributore da uno all'altro tra il primo e il secondo tempo. Ad un certo punto Salvatore conosce Elena (Agnese Nano) e se ne innamora. La storia tra i due, fortemente osteggiata dal padre di lei, prosegue ugualmente finché a Salvatore arriva la cartolina precetto. Come orfano di guerra (il padre è morto nella Campagna di Russia) Salvatore non dovrebbe partire militare ma, per un disguido burocratico, il ragazzo è costretto a fare più di un anno di naia. Nel frattempo il padre di Elena viene trasferito e Salvatore della ragazza non ne sa più niente. Quando Salvatore torna a Giancaldo trova un amareggiato Alfredo che gli consiglia di andarsene, di tornare a Roma e di non ritornare mai più in paese. Cosa che Salvatore farà finché non riceverà la notizia della morte dell'amico, quella stessa che ha aperto il film. Al paese Salvatore ritrova l'anziana madre (Pupella Maggio), Ignazino, Spaccafico e soprattutto il cinema chiuso da sei anni per mancanza di pubblico (dopo che, come si evincerà da una locandina, è stato trasformato anche in cinema porno). Salvatore e sua madre finalmente riusciranno a parlarsi come non sono mai riusciti a fare. Salvatore riuscirà a vedere anche Elena, ormai cresciuta (Brigitte Fossey), che nel frattempo è tornata al paese e si è sposata con uno degli amici di infanzia di Salvatore. Sarà Elena a rivelargli che è stato proprio Alfredo a consigliarla di non cercare più Salvatore perché destinato a fare grandi cose nella vita. Elena, nel lasciare Giancaldo, aveva lasciato comunque un biglietto a Salvatore, biglietto che però Salvatore non vide all'epoca ma che ritrova mettendo sottosopra la sala di proiezione del cinema ormai chiuso. Salvatore cerca di riavvicinarsi a Elena ma lei gli risponde che per i due non c'è un futuro ma solo un passato che non può tornare. Il vecchio cinema viene abbattuto sotto gli sguardi commossi di Spaccafico e dell'intera cittadina. Salvatore torna a Roma con una pellicola che Alfredo gli ha lasciato e, quando la fa proiettare, scopre che dentro ci sono tutti i baci che padre Adelfio gli aveva fatto tagliare.

Un meraviglioso film sul cinema. Di quando il cinema era un rito collettivo, un modo di riunire il paese davanti ad uno schermo che proietta illusioni. Un film sul tempo che passa, inclemente. Nuovo Cinema Paradiso è un romantico atto d'amore nei confronti del cinema di sempre. Un ricordo affettuoso di qualcosa che già allora (e oggi, a 23 anni di distanza, ancora di più) stava cedendo il passo alla televisione. Girato magistralmente e ancor meglio recitato (le scene con Philippe Noiret e Salvatore Cascio sono spettacolari), il film scorre liscio e non stufa mai neanche nella versione "director’s cut" che è di 18 minuti più lunga di quella presentata al Festival di Cannes (dove vinse, nel 1989, il Grand Prix Speciale della Giuria) e di ben 49 minuti più lunga della "Versione Internazionale". Il film si aggiudicò, più che meritatamente, l’Oscar come miglior film straniero nel 1990.

domenica 4 settembre 2011

Sognando Beckham (2002)


Sognando Beckham
Bend It Like Beckham, Germania/UK/USA, 2002, colore, 112' (1h 52')
Regia di Gurinder Chadha

Visto ieri su Rai Movie.

Jess (Parminder Nagra) è una ragazza indiana che vive a Londra ed ha una passione fortissima per David Beckham. Fanatica di calcio, Jess gioca più che discretamente con gli amici al parco, tra cui Tony (Ameet Chana), un ragazzo indiano molto amico della ragazza. Quando Jules (Keira Knightley), una ragazza inglese, nota le abilità di Jess, le offre la possibilità di giocare in una squadra allenata dal giovane Joe (Jonathan Rhys-Meyers). I genitori di Jess, però, sono tradizionalisti e vorrebbero che la figlia continuasse a studiare, si trovasse un marito e si sposasse, come sta facendo la sorella Pinky (Archie Panjabi). Grazie a numerosi sotterfugi Jess riesce a giocare quasi tutte le partite finché in una trasferta in Germania Jules scopre l'amica in teneri atteggiamenti con Joe e, colta da gelosia, litiga con l'amica. I rapporti tra Jeff e Jules si riappianeranno in breve tempo ma i genitori continueranno ad osteggiare la passione della figlia. Nonostante la finale del torneo cada proprio lo stesso giorno del matrimonio di Pinky, il padre di Jess (Anupam Kher) permette alla figlia di giocare e, grazie ad un gol della ragazza, la squadra conquista la vittoria. Un osservatore americano presente alla finale offre a Jess e a Jules una borsa di studio negli Stati Uniti per permettere loro di diventare calciatrici professioniste. Jess, grazie anche all'aiuto di Tony, che nel frattempo ha rivelato alla ragazza di essere omosessuale, riesce a convincere i genitori a lasciarla andare. All'aeroporto Jess e Joe si dichiarano il loro amore e le due ragazze partono per l'avventura americana.

Esile teen-comedy inglese in salsa Bollywood, il film ha sbancato i botteghini diventando in breve tempo una pellicola di culto. Onestamente trovo difficile capire le ragioni di questo enorme successo. La storia parla di amicizia, di emancipazione religiosa e, blandamente, anche sessuale, dei valori della famiglia ma anche di credere nei propri sogni. Però sono tutte cose già viste e raccontate, forse persino meglio, in molti altri film. Sognando Beckham scorre molto bene – a parte qualche momento nella parte centrale in cui le fasi "bugia ai genitori / partita / rientro a casa dopo essere stata scoperta" diventano un po' troppo ripetitive – è recitato bene, con una regia anonima ma non sciatta, ma a cui forse sono stati attribuiti meriti che obiettivamente non ha.

sabato 3 settembre 2011

La macchia umana (2003)


La macchia umana
The Human Stain, USA, 2003, colore, 106' (1h 46')
Regia di Robert Benton

Visto ieri su Rai Movie.

Il professor Coleman Silk (Anthony Hopkins) viene cacciato dalla scuola in cui insegna da anni per aver involontariamente chiamato "zulù" due neri. La moglie non regge al trauma e muore di infarto tra le sue braccia. Qualche anno dopo Coleman si presenta da Nathan Zuckerman (Gary Sinise), giovane scrittore che si è volontariamente isolato dal mondo, per chiedergli di scrivere le sue memorie. Nathan accetta e Coleman gli racconta la sua vita. Nel frattempo l'ex professore conosce Faunia (Nicole Kidman), un'incolta addetta alle pulizie dal passato burrascoso e dall'infanzia piena di abusi e vessazioni e se ne innamora, nonostante lei sia molto più giovane di lui. Faunia contraccambia questa passione e i due finiscono più volte a letto assieme finché non ricompare Lester (Ed Harris), l'ex marito della donna. Lester, reduce del Vietnam e con chiari problemi psicologici, non tollera la relazione tra Coleman e Faunia e cerca di ostacolarla in tutti i modi. Tale relazione è molto chiacchierata anche in città: lettere anonime gettano fango su Coleman e anche Nathan cerca di far desistere lo stesso Coleman dal continuare la sua folle storia d'amore.
Alla narrazione del presente si allacciano i ricordi del giovane Coleman (Wentworth Miller), ricordi dei problemi di essere figlio di due genitori di colore, dei suoi sforzi fortemente osteggiati dal padre per diventare un pugile professionista, della tragica morte del padre durante il suo lavoro di cameriere sui treni, del dover decidere di dichiararsi "bianco" per il resto della vita per sfuggire ai pregiudizi razziali ma per questa scelta dover rinunciare a vedere la famiglia, al non poter mai fare un figlio per paura che il segreto venga svelato e al non potersi salvare dall'accusa di razzismo semplicemente rivelando le sue origini.
Alla fine Lester riuscirà ad uccidere Coleman e Faunia mandandoli fuori strada con la macchina. Al discorso funebre i professori che votarono per far cacciare Coleman dalla scuola si pentono, ormai troppo in ritardo, per non avere aiutato quando avrebbero potuto un amico in difficoltà mentre la sorella di Coleman rivela a Nathan l'intera storia di suo fratello.

Film complesso e articolato, difficile da cogliere nel profondo alla prima visione. Il professor Silk è un uomo che ha dovuto mentire per tutta la vita, un uomo che ha dovuto rinunciare alla famiglia per poter vivere una vita da bianco che se da un lato gli ha dato maggiore libertà nel rapporto con la società, dall'altro gli ha costruito una gabbia che lo ha privato di ogni legame affettivo escluso quello della moglie (alla quale, comunque, non ha mai rivelato il suo segreto). La macchia umana è un film lento, benché non sia mai noioso, con una regia abbastanza anonima. Il film si concentra un po' troppo – e un po' troppo morbosamente – sull'amore fisico dei due protagonisti, trascurando altri particolari che potenzialmente potevano essere altrettanto interessanti, come il rapporto con Nathan – talmente sottile nel film che viene da domandarsi se meritava davvero citare –, il rapporto di Coleman con la famiglia o l'effettivo livello di "ignoranza" di Faunia – che nel film non traspare quasi per niente, se non in un breve monologo un po' troppo fine a sé stesso. Buona la prova dei singoli attori anche se manca leggermente l'amalgama tra loro. Ognuno recita perfettamente la sua parte ma interagisce poco con gli altri personaggi – a parte forse, e comunque non sempre, i due protagonisti –, colpa più che altro di una sceneggiatura non all'altezza dei nomi degli attori in gioco.

Casablanca, Casablanca (1985)


Casablanca, Casablanca
Italia, 1985, colore, 109' (1h 39')
Regia di Francesco Nuti

Visto ieri su Rai 3.

Seguito di Io, Chiara e lo Scuro. Francesco (Francesco Nuti) e Chiara (Giuliana De Sio) stanno ancora assieme ma Francesco ha lasciato il biliardo e si è messo a fare il cameriere girando di città in città mentre Chiara cerca di sfondare con il sax. Un giorno un ricco e giovane agente, Daniel (Daniel Olbrychski), offre a Chiara un prestigioso lavoro su una nave da crociera, suscitando la gelosia di Francesco. Chiara parte e Francesco accetta la proposta del Merlo (Novello Novelli) di partecipare ad un torneo di biliardo a Casablanca. Mentre il torneo si svolge e Francesco batte avversario dopo avversario, la nave su cui Chiara sta lavorando fa scalo proprio a Casablanca e i due si incontrano casualmente in un locale che ricorda molto il Rick's Café Américain del film Casablanca. Chiara vuole riavvicinarsi a Francesco ma lui inizialmente la snobba finendo però poi per cedere alle insistenze di Chiara finché i due si riappacificano. I due terminano la serata facendo l'amore nel deserto ma, a causa di un intoppo con la macchina, Francesco arriva tardi alla semifinale e la perde. Però lo Scuro (Marcello Lotti), che ha accesso diretto alla finale come "testa di serie", gli cede il suo posto. Francesco si scontra con Domingo Acanfora e vince la partita grazie ad un'ottavina reale. All'ultimo colpo assiste anche Chiara, così i due si rimettono assieme e cominciano a progettare il loro futuro assieme. Già sul taxi per l'aeroporto, però, sorgono i primi problemi (gli impegni dei due sono così inconciliabili che finirebbero per stare assieme pochissimi giorni all'anno). All’aeroporto, dunque, Francesco lascia partire Chiara da sola (in un'altra scena-fotocopia della scena finale di Casablanca) e torna a bere da solo al Rick's Bar. Ben presto, però, Chiara lo raggiunge accettando la proposta di Francesco di restare a Casablanca per il resto della loro vita.

Prima regia di Francesco Nuti che deve molto sia al Maurizio Ponzi di Io, Chiara e lo Scuro, di cui questo film sembra quasi la fotocopia, sia al Michael Curtiz di Casablanca, a cui questo film si ispira forse un po' troppo. Il film nel complesso è godibile ma forse qua e là pecca eccessivamente di faciloneria (ad esempio quando lo Scuro gli cede il posto alla finale o nella ricerca dell'introvabile Rick's Bar sotto finale). Casablanca, Casablanca è molto smielato, comico quanto basta (carina la macchietta del portiere dell’albergo) e un po' troppo Nuti-centrico. Sembra, infatti, che il protagonista non sia Francesco Piccioli ma Francesco Nuti stesso, con le sue manie, i suoi tic, le sue fobie e soprattutto il suo pensiero. In certi momenti è come se Nuti prendesse il sopravvento su Piccioli e prendesse decisioni al posto suo, e questo spiazza non poco lo spettatore. Un film trasognato più che romantico, un film che non è affatto brutto ma che in più di un punto perde la direzione e non fa capire quale strada si stia seguendo.

mercoledì 26 gennaio 2011

Mission: Impossible II (2000)


Mission: Impossible II
Mission: Impossible II, Germania/USA, 2000, colore, 123' (2h 3')
Regia di John Woo

Visto ieri sera su Rete 4.

Il dottor Vladimir Nekhorvich (Rade Serbedzija) è un biologo che ha creato in laboratorio Chimera, un virus potentissimo. Per poterlo trasportare meglio, il dottor Nekhorvich si inietta il virus ma deve assumere Bellerofonte, l'antidoto, prima di 20 ore dal contagio. Al fine di evitare imprevisti, il dottor Nekhorvich decide di affidarsi a Ethan Hunt (Tom Cruise), agente dell'IMF, Impossible Mission Force. Durante il viaggio, però, Ethan Hunt si rivela essere in realtà Sean Ambrose (Dougray Scott), un altro agente dell'IMF, con addosso una maschera in lattice che riproduce perfettamente i connotati di Hunt. Ambrose ruba virus e antidoto e lascia l'aereo prima di farlo schiantare contro una montagna. Ad Hunt, quello vero, viene chiesto di occuparsi del caso. Per farlo recluta il pilota di elicottero Billy Baird (John Polson) e l'esperto di sistemi informatici Luther Stickell (Ving Rhames), due vecchi compagni di squadra, e Nyah Nordoff-Hall (Thandie Newton), una ladra il cui unico merito apparente sembra sia quello di essere l'ex-amante di Ambrose. Seppur riluttante, Nyah accetta di rimettersi con Ambrose in modo da poter conoscere i suoi piani.
Hunt riesce a distruggere tutte le fiale del virus tranne una, ma quando Ambrose scopre il doppio gioco di Nyah, l'unica possibilità che la ragazza ha per salvarsi è proprio iniettarsi quella fiala di virus. Così Ambrose è costretto a lasciare Nyah in vita, mentre Hunt ha solo 20 ore di tempo per trovare l'antidoto e iniettarlo alla collega. Dopo varie peripezie, Hunt riesce nel suo intento: sconfigge Ambrose e salva Nyah un attimo prima che lei si getti da una scogliera per evitare di contagiare altre persone con il virus.

Il film, come sempre più spesso accade, non ha nulla a che fare con il telefilm, se non il «questo messaggio si autodistruggerà tra cinque secondi» e le maschere in lattice (ma non già i modulatori di voce, totalmente assenti nella serie TV). L'idea è che sarebbe bastato cambiare titolo e nomi e nessuno avrebbe mai collegato il film alla serie. Tanto più che nel telefilm ogni personaggio ha il suo ruolo ben determinato all'interno della squadra, mentre qui abbiamo una ladra il cui unico scopo è quello di infiltrarsi in casa dell'ex, un blando esperto di computer e un quarto uomo con una parte talmente marginale che quasi si poteva tagliare.
È chiaro che il film ha un solo intento: far fare a Tom Cruise la parte del figo. E per ottenere questo risultato vengono create ad arte situazioni inverosimili in cui il nostro esce da eroe. Emblematica è la scena in cui Hunt cerca di reclutare Nyah: anziché chiederlo e basta, come farebbe chiunque, Hunt la segue, la precede nella stanza del furto, le insegna il "mestiere", le evita l'arresto, ingaggia un folle (nel senso negativo del termine) inseguimento d'auto in cui poi lui salva lei da morte certa (peccato che sia stata lui a provocare l'incidente...) in una sequenza che va contro ogni legge della fisica. E così sono passati 20 minuti di film. Gli altri 100 sono altrettanto inutili e inverosimili.

giovedì 20 gennaio 2011

Hereafter (2010)


Hereafter
Hereafter, USA, 2010, colore, 129' (2h 9')
Regia di Clint Eastwood

Visto ieri al Giotto di Trieste.

Marie LeLay (Cécile De France) è una giornalista francese che, sopravvissuta ad uno spaventoso tsunami, ritorna in patria cercando invano di riprendere la routine di ogni giorno. Quando capisce di non poterlo fare, si prende un periodo di pausa dal lavoro per scrivere un libro nel quale raccontare l'esperienza che ha vissuto e, soprattutto, per indagare in merito alla visione che ha avuto nei minuti in cui è rimasta priva di sensi (in uno stato di pre-morte) durante la catastrofe naturale. Marie trova con fatica un editore americano disposto a pubblicare il libro e, una volta stampato, la casa editrice la invita a presentarlo pubblicamente a Londra.
Marcus e Jason (Frankie e George McLaren) sono due bambini londinesi che abitano con la mamma tossicodipendente (benché sulla via della disintossicazione). Mentre Jason è in città a fare una commissione, viene investito da una macchina e muore. Il fratello Marcus, più introverso e taciturno del gemello, non riesce a farsene una ragione e si chiude ancora di più in sé stesso. Quando i servizi sociali impongono alla madre di Marcus di disintossicarsi, pena la revoca dell'affidamento del bambino, il piccolo Marcus si ritrova temporaneamente ospitato da una affabile coppia abituata a prendersi cura di ragazzi orfani o con problemi. Marcus si rivolge a numerosi sensitivi (tutti volgari ciarlatani), nel tentativo di comunicare col fratello morto, finché girando per Internet non si imbatte nella foto di George Lonegan.
George Lonegan (Matt Damon) è un operaio di San Francisco con un dono particolare: poter parlare con i morti. Anche se il fratello lo invita a riaprire uno studio e lavorare come sensitivo, George vive male questo suo "potere" e l'unica cosa che desidera è una vita normale. Per un po' sembra funzionare con Melanie (Bryce Dallas Howard), finché lei non scopre il dono di George, gli chiede una seduta e rimane sconvolta dalle rivelazioni che George le fa a proposito del padre morto da poco. Quando George viene licenziato, decide di prendersi un periodo di "vacanza" e di girare il mondo. La sua prima tappa sarà Londra, per visitare la casa di Dickens di cui George è un grande fan.
A Londra le vite dei tre protagonisti si incontrano. Grazie all'aiuto di George, Marcus riesce a parlare con Jason il quale esorta il fratello a farsi coraggio e a vivere la propria vita. Grazie all'aiuto di Marcus, George incontra Marie con la quale inizia quella che a prima vista sembra una relazione seria.

Il film, dal punto di vista registico, è tecnicamente ben realizzato. Clint Eastwood è diventato ormai un regista più che affermato e sicuramente sa come far muovere i personaggi sulla scena, sa cosa vuole dai suoi attori e dal suo staff tecnico e lo ottiene (la sequenza dello tsunami è sublime per tecnica registica, effetti speciali e coinvolgimento emotivo). Tutto ciò, però, non basta se non si ha alle spalle una storia forte, e purtroppo in questo caso la storia forte non c'è.
Ogni spezzone di vita dei tre protagonisti è struggente, ma è troppo esile. La storia di Marcus è scritta apposta per commuovere: il padre assente, la madre drogata, i servizi sociali, il fratello morto ma che dall'Aldilà lo salva dall'esplosione della metropolitana. Bellissimo, ma troppo facile. Tanto più che a fine film non abbiamo la certezza che Marcus si sia staccato dall'idea fissa del fratello morto (anzi, vista la reazione in albergo, si presume che non abbia superato il trauma). La vicenda di Marie poi è, se possibile, ancora più vuota. Senza contare il modo in cui le tre storie si riallacciano: George è a Londra proprio quando c'è la fiera del libro e passa davanti allo stand di Marie proprio quando lei sta presentando il libro e proprio in quel momento passa Marcus che riconosce con sicurezza George benché l'abbia visto solo una volta in una foto su Internet. E in tutto ciò George, nonostante le insistenze di Marcus, nega non il fatto di trovare Marie bella o affascinante (cosa che può essere comprensibile) bensì il solo fatto di provare del vago interesse per lei.
È vero, il film non dà giudizi sulla vita oltre la morte né dà risposte che siano scientifiche o religiose, e questo è senza dubbio un pregio della pellicola e un merito dello sceneggiatore che è riuscito a scrivere una storia in cui si affronta il tema senza prendere posizioni e senza scadere nel sacro, come spesso accade. Il problema è che il film non dà niente. Non dà emozioni, se non quelle esili e immediate citate prima, che colpiscono ma non restano. Non dà spunti di riflessione sull'Aldilà: non ci sono temi su cui dibattere, non restano questioni aperte. Si esce dal cinema avendo visto un film bellissimo dal punto di vista tecnico, ma vuoto per quanto riguarda ogni aspetto emotivo. È un gioco ad incastro che crea tre storie parallele e le riallaccia nel finale, ma che non trasmette le emozioni richieste. E per un film così costruito, direi che questa è una grossa pecca.
Inoltre, ma qui forse sono davvero solo io, ho trovato fastidiosa la presenza della macchietta del cuoco italiano che insegna ad apprezzare la buona cucina con il sottofondo di arie d'opera. Sembra un personaggio uscito da una commedia americana di medio-bassa lega. Davvero fatico a capire la sua presenza in un film di questo genere e mi chiedo come abbiano fatto a convincere Eastwood ad inserirlo nelle riprese.

martedì 18 gennaio 2011

La versione di Barney (2010)


La versione di Barney
Barney's Version, Canada/Italia, 2010, colore, 132' (2h 12')
Regia di Richard J. Lewis

Visto ieri al Giotto di Trieste.

Barney Panofsky (Paul Giamatti) è un ricco produttore televisivo quasi settantenne, ebreo e alcolizzato che vive da solo dopo aver divorziato dalla sua terza moglie Miriam (Rosamund Pike). La pubblicazione di un libro che gli rinfaccia l'accusa di aver ucciso l'amico Boogie (Scott Speedman) è l'occasione per Barney di ripercorrere mentalmente tutta la sua lunga e intensa vita. Così Barney inizia a ricordare i momenti salienti della sua esistenza: il matrimonio a Roma con Clara (Rachelle Lefevre), pittrice esistenzialista morta suicida pochi giorni dopo le nozze; l'intenso rapporto con il padre poliziotto Izzy (Dustin Hoffman); l'indissolubile amicizia con Boogie; il matrimonio con "la seconda signora Panofsky" (Minnie Driver); l'incontro con Miriam proprio il giorno del matrimonio con la sua seconda moglie; la scoperta del tradimento della "seconda signora Panofsky" proprio con il suo migliore amico e l'incidente presso la casa al lago che porterà il detective O'Hearne (Mark Addy) a sospettare di Barney per l'omicidio di Boogie (pur mancando il cadavere); la successiva assoluzione da parte della polizia ma non di O'Hearne che continuerà a credere Barney colpevole; il matrimonio con Miriam, speaker radiofonica e unico vero amore di Barney, con cui avrà tre figli; il successivo tradimento di Barney e il conseguente divorzio, e infine il dover accettare e fronteggiare l'insorgere dell'Alzheimer. Alla fine, quando ormai Barney è vinto dalla malattia, viene ritrovato il corpo di Boogie e uno dei figli di Barney capisce finalmente la verità, scagionando così il padre da ogni responsabilità per la morte dell'uomo. Il film si chiude con Miriam che va al cimitero a rendere omaggio alla tomba di Barney, lasciando nello spettatore il dubbio se la donna accetterà il posto che l'ex marito le aveva riservato accanto a lui nel loculo.

Pur essendo stato un successo editoriale alla sua uscita, trovo il libro profondamente mal scritto. Ciò nonostante è estremamente interessante la scelta dell'autore, Mordecai Richler, di raccontare la vita di Barney non in modo cronologico e lineare ma lasciando che i ricordi fluiscano senza un particolare ordine dalla mente del protagonista per comporre il mosaico tassello dopo tassello. Nel film tutto questo scompare: le vicende sono sì raccontate tramite flashback, ma ognuno di essi rappresenta un intero momento della vita di Barney e la loro successione è strettamente cronologica. In questo modo il film non aggiunge niente di nuovo a molti altri film dello stesso genere che l'hanno preceduto e l'eponima "versione di Barney" sulla morte di Boogie ci viene svelata a metà film. Inoltre dal libro sono stati tagliati tutti i racconti di Barney grazie ai quali ci si poteva far un'idea di quali e quante avventure egli sia stato protagonista e quante importanti amicizie abbia avuto. Nel film sembra che Barney sia un simpatico vecchietto che, a parte ritrovarsi con tre matrimoni e un'accusa di omicidio sulle spalle, non ha combinato niente di veramente importante nella vita. Inoltre manca tutta la sagace ironia tipicamente ebraica di cui è pieno il libro e che caratterizza fortemente Barney. Tutte queste cose sminuiscono il personaggio in sé e di conseguenza l'intera pellicola. Forse Lewis avrebbe potuto osare un po' di più anziché realizzare un film così "comodo".
Ad ogni modo sono da segnalare le ottime interpretazioni di Paul Giamatti (che, non a caso, ha ottenuto il Golden Globe proprio per questo ruolo), di Dustin Hoffman e di Rosamund Pike, nonché l'ottimo lavoro del reparto trucco che ha saputo invecchiare i protagonisti per le scene ambientate nel presente con vera maestria.

venerdì 5 novembre 2010

Il padrino (1972)


Il padrino
The Godfather, USA, 1972, colore, 175' (2h 55')
Regia di Francis Ford Coppola

Visto ieri sera al CineCity di Trieste con Dok, Jacopo e Veru.

I Corleone, famiglia mafiosa italo-americana, svolgono le loro attività (lecite o meno) nella New York degli anni '40. Quando i sicari di Virgil Sollozzo (Al Lettieri) sparano al Padrino Don Vito Corleone (Marlon Brando) perché quest'ultimo ha rifiutato la proposta di finanziare un'attività basata sulla droga, la famiglia si rende conto che bisogna scegliere un successore. Santino (James Caan), inesperto e irascibile, Tom (Robert Duvall) il fido consigliere della famiglia, benché non sia formalmente un Corleone perché adottato da bambino o Michael (Al Pacino), decorato di guerra e che ha sempre dichiarato di non volersi immischiare negli affari di famiglia? La scelta cadrà su quest'ultimo dopo che, eliminato Sollozzo, sarà costretto a nascondersi per diversi anni a Corleone, in Sicilia. Al suo ritorno in America Michael sposerà Kay Adams (Diane Keaton) e rileverà l'eredità di Don Vito, diventando così il nuovo Padrino.

Coppola racconta uno scorcio della famiglia Corleone, iniziando dal matrimonio della figlia di don Vito, Connie (ma poteva iniziare in qualunque altro momento anteriore), e terminando con la "proclamazione" di Michael a nuovo Padrino, ma lo fa in modo distaccato, senza dare giudizi di merito. Non c'è esaltazione della violenza (don Vito è veramente dispiaciuto quando scopre che è stato Michael ad aver ucciso Sollozzo, nonostante quest'ultimo fosse il mandante del suo attentato) e non c'è demolizione di essa. Coppola si limita a raccontare gli eventi in successione, come fosse un semplice cronista. A tal proposito è interessante notare che, quando vediamo Michael in Sicilia non seguiamo parallelamente le vicende americane. Le uniche scene che spezzano la parentesi siciliana sono Sonny che vendica il pestaggio della sorella e la morte di Sonny, entrambe nodali per quello che avverrà dopo, ma altro delle vicende newyorkesi non sappiamo. Così come quando Michael torna e va da Kay: lei gli chiede da quanto tempo sia tornato e lui risponde «da un anno». Un anno di cui non sappiamo niente perché, in fin dei conti, non è così importante.
È un film lungo (2 ore e 55 minuti) ma non è mai banale e riesce a mantenere sempre desta l'attenzione del pubblico nonostante non ci sia una vera e propria trama incalzante. Il percorso che si snoda lungo le tre ore di pellicola è scritto perfettamente ed ogni scena, ogni inquadratura, è studiata, ponderata ed è presente per un motivo ben preciso. Assieme alla straordinaria bravura di tutti gli attori, il film è senza dubbio uno dei capolavori del cinema americano di ogni tempo.

giovedì 4 novembre 2010

Suburban Girl (2007)


Suburban girl - Talvolta la fine è solo un nuovo inizio
Suburban girl, USA, 2007, colore, 97' (1h 37')
Regia di Marc Klein

Visto ieri sera su Rai Movie.

La giovane Brett Eisenberg (Sarah Michelle Gellar) è una brava ma inesperta editor (il curioso nome deriva dalla Brett Ashley di Fiesta (Il sole sorgerà ancora) di Hemingway). Reduce da un'inutile relazione con un suo coetaneo, Brett si innamora di Archie Knox (Alec Baldwin), una vecchia volpe dell'editoria, alcolista e donnaiolo, di parecchi anni più vecchio di lei. E mentre porta avanti questa difficile relazione, Brett deve fronteggiare diversi altri piccoli/grandi problemi, quali il licenziamento del suo adorato capo o la malattia incurabile che colpisce suo padre.

Il film, distribuito in Italia solo in DVD, racconta, più che una "classica" storia d'amore, uno scorcio della vita di Brett. Le vicende sono presentate con estrema linearità e con uno stile molto pulito (per fare un esempio, la scena in cui Brett lascia il fidanzato è estremamente semplice, senza i cliché a cui molti film del genere ci hanno abituato).
La storia di Brett non ha un lieto fine; ha solo una fine, e questo è un altro punto di forza della pellicola, per due motivi. Innanzitutto perché si stacca dalle solite commedie sentimentali che esigono l'«...e vissero felici e contenti» ad ogni costo, e in questo caso un lieto fine sarebbe stato un grave errore, visto l'andamento della storia durante l'intero film. Poi perché in questo modo il film dà davvero l'idea di presentare uno spezzone di vita, con i suoi alti e bassi, assomigliando così più alla vita reale che ad una storia da favola, risultando alla fine forse meno cinematografico ma decisamente più vicino alla quotidianità.

martedì 2 novembre 2010

Ritratto di mio padre (2010)


Ritratto di mio padre
Italia, 2010, colore, 87' (1h 27')
Regia di Maria Sole Tognazzi

Visto ieri su La7.

Maria Sole Tognazzi, figlia di Ugo, confeziona un delizioso ricordo di suo padre costruito montando immagini da film, apparizioni televisive, articoli di giornale, foto di famiglia e soprattutto da vecchi Super8 girati in modo amatoriale durante gli incontri in casa Tognazzi, il tutto intervallato con interviste alle persone che sono state più vicine a Ugo (a partire dai figli ma anche a Pupi Avati, Mario Monicelli, Ettore Scola, Paolo Villaggio e molti alti).

La pellicola, presentata al Festival Internazionale del Film di Roma in occasione dei vent'anni dalla morte di Tognazzi, non è e non vuole essere una biografia del grande attore ma, come dice il titolo, un ritratto di Ugo uomo e padre. Un affettuoso ricordo che non cerca di esaltare l'uomo ma che ne presenza luci ed ombre, vizi e virtù, cercando di farci entrare nell'atmosfera che si poteva respirare a casa Tognazzi. Un bellissimo spaccato di vita su uno dei più importanti interpreti del cinema italiano, e non solo.

lunedì 1 novembre 2010

L'acchiappasogni (2003)


L'acchiappasogni
Dreamcatcher, Australia/USA, 2003, colore, 136' (2h 16')
Regia di Lawrence Kasdan

Visto in DivX in occasione di Halloween.

Henry (Thomas Jane), Beaver (Jason Lee), Jonesy (Damian Lewis) e Pete (Timothy Olyphant), quattro amici con strani poteri psichici, si ritrovano come ogni anno in una baita di montagna. Questa volta però dovranno fronteggiare un morbo alieno chiamato Ripley (dal personaggio di Alien) e lo strano colonnello Curtis (Morgan Freeman) che da anni lo sta combattendo. Alla fine sarà grazie all'aiuto di Duddits (Donnie Wahlberg), l'amico che ha donato ai quattro i loro poteri, che la minaccia aliena sarà sconfitta.

Tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King, il film risulta alquanto discontinuo. La trama, di per sé interessante, appare farraginosa. I poteri dei quattro amici (a parte quello di Jonesy) appaiono decisamente poco chiari e il personaggio del colonnello Curtis è nebuloso e mal caratterizzato. La colpa non è degli interpreti che invece sono tutti bravi nella loro parte - anche Freeman nei panni del militare cattivo - ma probabilmente della scrittura del copione. Il film sembra un po' troppo lungo e se nella prima parte regge abbastanza bene, nella seconda dà segni di cedimento da tutte le parti. L'unica parte davvero geniale è il potere di Jonesy, cioè quello di poter stivare i ricordi in un grande archivio e richiamarli alla mente... visitando fisicamente l'archivio e scartabellando tra faldoni e cassetti. Per il resto il film è, come dire... tranquillamente dimenticabile.

L'ombra del vampiro (2000)


L'ombra del vampiro
Shadow of the Vampire, GB/Lussemburgo/USA, 2000, colore, 92' (1h 32')
Regia di E. Elias Merhige

Visto in DiVX in occasione di Halloween.

Il film racconta la realizzazione del classico dell'orrore Nosferatu il vampiro diretto da Friedrich Wilhelm Murnau nel 1922.
Murnau (John Malkovich), celebre regista tedesco, decide di girare una versione cinematografica del Dracula di Bram Stoker che, per motivi di diritti ribattezzerà Nosferatu. Murnau decide di affidare la parte del protagonista al misterioso Max Schreck (Willem Dafoe) che si rivelerà essere un vero vampiro. Per convincerlo a recitare, Murnau ha promesso a Schreck come "compenso" Greta Schröder (Catherine McCormack), l'attrice protagonista del film. Ben presto però Schreck comincia a banchettare con la troupe e a ricattare Murnau con pretese sempre maggiori. In preda al rimorso, Murnau confessa a Albin Grau (Udo Kier), il produttore, e Gustav von Wangenhein (Eddie Izzard), il primo attore, la verità. A tal punto resta una sola cosa da fare: uccidere Schreck esponendolo alla luce del sole e, contemporaneamente, filmare la morte del vampiro per l'ultima tragica scena del film.

«Come non diffidare di chi fa citare a un personaggio del 1921, come un grande del cinema insieme a Griffith, Eisenstein che esordì nella regia nel 1924?» chiede Morandini nel suo Dizionario dei film ed è difficile dargli torto. Comunque se escludiamo questa e qualche altra piccola pecca*, c'è da dire che il film ricrea decisamente bene l'epoca che vuole raccontare. I costumi, le scenografie e il materiale tecnico di scena sono particolarmente studiati per far rivivere l'ambiente in cui il vero Murnau ha girato il suo Nosferatu. E c'è da dire che gli attori sono perfetti nelle loro parti (Eddie Izzard nel ruolo dell'attore è straordinario). Se però le ricostruzioni sono buone, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti: ad esempio il dialogo in cui Murnau rivela ai suoi collaboratori che Schreck è un vampiro è scandalosamente mal scritto.
Diciamo che le premesse per un buon film ci sono, ma probabilmente per colpa della pessima sceneggiatura, la pellicola risulta abbastanza deludente. Probabilmente un po' più di cura nella fase di scrittura avrebbe giovato.


* Per citarne alcune: l'evidentissimo errore di montaggio quando l'operatore Fritz Arno Wagner atterra con l'aereo; il nome Orlok che in una didascalia si trasforma in OrloCk; il fatto che vengano citate scuole di recitazione che all'epoca non esistevano ancora.

Intervista col vampiro (1994)


Intervista col vampiro - Cronache di vampiri
Interview with the Vampire: The Vampire Chronicles, USA, 1994, colore, 123' (2h 3')
Regia di Neil Jordan

Visto in DiVX in occasione di Halloween.

Louis de Pointe du Lac (Brad Pitt) è un vampiro che decide di raccontare a Daniel Malloy (Christian Slater), giovane giornalista in cerca di uno scoop, la sua storia di "non-morto". Le vicende narrate da Louis prendono il via nel 1791 quando incontra il vampiro Lestat de Lioncourt (Tom Cruise) che lo trasforma in un suo simile. Benché sia stato lo stesso Louis a chiedere a Lestat di essere trasformato, egli fatica ad accettare la sua nuova condizione di vampiro, almeno fino a quando non incontra la piccola Claudia (Kirsten Dunst). Figlia di una donna morta per la peste, Claudia viene trasformata in vampiro da Louis e Lestat i quali la adottano e le fanno da padre. Il "ménage familiare" tra i tre vampiri sembra filare perfettamente però man mano che Claudia cresce (mentalmente ma non fisicamente, essendo i vampiri costretti a mantenere lo stesso aspetto esteriore di quando sono stati vampirizzati) la tensione e gli screzi aumentano. La situazione precipita quando Claudia tenta di uccidere Lestat facendogli bere sangue di un morto. Lestat riesce a sopravvivere e, per sfuggire alle sue ire, Louis e Claudia sono costretti a fuggire in Europa. I due girano per anni tutti i Paesi europei in cerca di loro simili ma è solo a Parigi che Louis incontra Armand (Antonio Banderas), vampiro decano a capo di una sorta di Corte di attori non-morti. Louis rimane subito affascinato da Armand perché vede in lui il maestro saggio che Lestat non è mai stato. Claudia, che teme di perdere Louis, gli chiede di vampirizzare Madeleine (Domiziana Giordano), una donna che ha da poco perso una figlia e che sarebbe una perfetta madre per la piccola vampira. Louis accetta ma interviene la Corte di Armand che uccide le due donne esponendole alla luce solare. Per vendicarsi Louis dà fuoco al covo di Armand, sterminando di fatto l'intera Corte.
Distrutto e sempre più perplesso sulla sua condizione di vampiro, Louis torna negli Stati Uniti dove passa gli ultimi anni in uno stato di apatia perenne. Nel frattempo Louis ha modo di rincontrare Lestat, ridotto ormai all'ombra di sé stesso.
Alla fine Daniel, il giornalista, si mostra molto deluso di come si sia conclusa l'intervista e manifesta il desiderio di essere trasformato in vampiro. Louis non l'accontenta e Daniel se ne va. Tornando a casa il giornalista incontra Lestat, risorto ai fasti di un tempo, che gli propone la scelta se morire o diventare un vampiro.

La storia, tratta dall'omonimo romanzo di Anne Rice, è molto interessante perché presenta la figura del vampiro in maniera diversa rispetto all'iconografia classica. Il vampiro non è (solo) lo spietato mostro assetato di sangue che insedia giovinette nei vicoli bui con l'unico scopo di addentarle sul collo, ma è anche una figura tormentata che può avere rimorsi di coscienza, che può sentirsi inadeguato nella società o nel rapportarsi con gli altri, siano essi umani o vampiri. Il film però risulta terribilmente lento e a tratti di difficile comprensione. Tutta la vicenda francese, ad esempio, appare nebulosa ed è davvero arduo comprendere il senso di quella parte di film.
Il film può contare su nomi di un certo calibro, ma quasi tutti sembrano fuori ruolo, a parte la giovane Kirsten Dunst. Nonostante il cast stellare davvero si fatica ad affezionarsi a uno qualunque dei protagonisti o ad appassionarsi alle loro storie. Inoltre, benché i personaggi siano ben tratteggiati, spesso risulta complicato comprendere le motivazioni che li spingono ad agire in una determinata maniera.
Pur non essendo un horror nel senso classico del termine, le atmosfere del film sono comunque molto cupe. C'è un'aria di decadenza che pervade tutte le scene ed è molto ben resa; il problema è che quest'aria non cambia minimamente né col passare del tempo (tra l'800 e la fine del '900) né con gli spostamenti geografici (tra gli Stati Uniti e l'Europa). Probabilmente il regista voleva dare un senso di immutabilità al film, però l'unico effetto è quello di rendere lo eccessivamente statico.

La fattoria maledetta (1987)


La fattoria maledetta
The Curse, USA, 1987, colore, 92' (1h 32')
Regia di David Keith

Visto in DivX in occasione di Halloween.

Nathan Hayes (Claude Akins), bigotto capofamiglia di mentalità molto chiusa, vive in una fattoria con la moglie Frances (Kathleen Jordon Gregory) e i figli Cyrus (Malcolm Danare), Zack (Wil Wheaton) e Alice (Amy Wheaton), questi ultimi due figli della sola Frances, avuti da un precedente matrimonio e quindi mal visti da Nathan. Una notte un meteorite cade nella fattoria degli Hayes e contamina la falda acquifera. In breve tempo piante, animali ed esseri umani iniziano a decomporsi trasformandosi in una specie di zombi. Sarà Zach l'unico a rendersi conto di cosa sta succedendo e a salvarsi assieme alla sorella mentre l'intera fattoria cadrà a pezzi.

Tratto da un racconto di H. P. Lovecraft (Il colore venuto dallo spazio), il film è a tutti gli effetti un pessimo B-movie anni '80. Diverse le scene splatter (come la mela piena di vermi o la mamma che si decompone sciogliendosi in cantina), mediocre la recitazione e la caratterizzazione dei personaggi e in alcuni momenti si sfiora involontariamente il comico. Esempio classico di film che solitamente viene segnalato come «solo per appassionati».

venerdì 29 ottobre 2010

Ritorno al futuro (1985)


Ritorno al futuro
Back to the Future, USA, 1985, colore, 116' (1h 56')
Regia di Robert Zemeckis

Visto ieri sera al CineCity di Trieste con Jacopo e Veru.

Marty McFly (Michael J. Fox) è un mediocre teenager americano con due inetti genitori - il padre George (Crispin Glover) è vessato da Biff (Thomas F. Wilson), collega ed ex-compagno di scuola che lo tormenta, mentre la madre Lorraine (Lea Thompson) è una semi-alcolizzata disillusa dalla vita - e due fratelli pelandroni. Una sera il professor 'Doc' Brown (Christopher Lloyd), eccentrico scienziato amico di Marty, informa il ragazzo di aver inventato una macchina del tempo (montata per motivi estetici su una DeLorean). Per scappare da un gruppo di terroristi libici a cui Doc ha sottratto del plutonio (indispensabile per produrre l'energia necessaria per poter viaggiare nel tempo), Marty finisce nel 1955 dove incontra i suoi genitori prima che questi si mettano assieme. Marty ha così due compiti: cercare di far innamorare i suoi genitori per evitare di scomparire dall'esistenza e cercare di tornare indietro al 1985 grazie all'aiuto del Doc del passato. Ovviamente ci riuscirà e, anzi, scoprirà che la sua vita e quella dei suoi genitori sono cambiate in meglio.

Ritorno al futuro è un culto per più di una generazione ed è stato riproiettato su grande schermo e in qualità digitale in occasione del 25° anniversario dell'uscita nelle sale. Difficile dire perché questo film sia diventato così importante in questi anni. Probabilmente per l'abilità degli attori, per la regia pulita e per la sceneggiatura lineare e senza forzature (in realtà ce n'è almeno una, ma è praticamente trascurabile nel complesso del film).
Quello che in realtà mi piace far notare è come cambia il modo di vedere il film col cambiare dell'età. Quando lo vidi per la prima volta, una ventina d'anni fa, ricordo di essere rimasto molto più colpito dalla scena del fulmine alla torre dell'orologio che da tutto il resto. Questa volta, invece, ho trovato quella scena un po' troppo artificiosa (Doc che scivola, il cavo che s'incastra, la DeLorean che non parte, ...) mentre era molto più interessante la ricostruzione storica degli anni '50 e la storia d'amore decisamente non comune (a memoria non ricordo un'altra occasione in cui il protagonista non cerca di conquistare la protagonista femminile ma, viceversa, cerchi di farla innamorare di un altro. Forse solo il Cyrano, ma in quel caso il fine di Cyrano è diverso). Inoltre il rivederlo al cinema (e non magari distrattamente in televisione) mi ha fatto apprezzare piccole cose che prima mi erano sfuggite, come il barbone sulla panchina che ha lo stesso nome del sindaco che nel 1955 cerca di farsi rieleggere o il fatto che nella banda di Biff ci fosse un giovanissimo Billy Zane, probabilmente al suo esordio cinematografico.